Verso la nomina. Luca Migliari, energy manager spinge lo smart working concentrato nell’università di Cagliari

di Luca Migliari, Energy Manager Università di Cagliari (UniCA) e Coordinatore GDL Energia RUS

Lo smart working convince tutti, si sa: meno spostamenti, miglior work-life balance, meno stress. Che però l’energy manager potesse diventarne addirittura testimonial… be’, chi l’avrebbe detto! Perché, se è vero che il lavoro da remoto riduce lo stress, è altrettanto vero che riduce anche i consumi delle aziende. Un dettaglio che, comprensibilmente, non passa inosservato.

In questo articolo Luca Migliari ci descrive l’esperienza dell’Università di Cagliari, dove è stata sperimentata la misura per un anno, sull’edificio del Rettorato, in cui lavorano quasi duecento persone.

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Quando mi è stato chiesto di preparare questo pezzo, ho pensato: numeri o provo a farmi leggere fino in fondo? Chi fa l’energy manager lo sa: i numeri sono il nostro pane quotidiano. Ma altrettanto fondamentale è la capacità di renderli interessanti, quei numeri!

Lo smart working convince tutti, si sa: meno spostamenti, miglior work-life balance, meno stress. Che però l’energy manager potesse diventarne addirittura testimonial… be’, chi l’avrebbe detto! Perché, se è vero che il lavoro da remoto riduce lo stress, è altrettanto vero che riduce anche i consumi delle aziende. Un dettaglio che, comprensibilmente, non passa inosservato.

Attenzione però: per la massima soddisfazione del testimonial (alias: efficacia della AMEE), non è sufficiente una forma tradizionale di smart working, in cui ciascuno resta a casa quando vuole.

Se l’edificio resta operativo ogni giorno, infatti, pieno o mezzo vuoto che sia, continua a fare esattamente ciò che l’energy manager combatte: consumare. Impianti termici in funzione, luci di passaggio accese, ascensori attivi, stampanti in stand-by… con una certa, impeccabile costanza.

Concentrando lo smart working in una giornata unica, invece, buona parte dell’edificio si può spegnere.

Sul piano teorico tutto fila. Ma poi, in concreto, funziona?

All’Università di Cagliari abbiamo sperimentato la misura per un anno, sull’edificio del Rettorato, dove lavorano quasi duecento persone.

L’adesione allo “smart working del venerdì” non è stata imposta, ma proposta, e accompagnata dal buon esempio della governance e da una campagna mirata a rendere le persone consapevoli dell’impatto delle proprie scelte.

 Incrociando i consumi elettrici quartorari, le presenze giornaliere e i dati meteo, abbiamo sviluppato un modello di regressione multipla (R² = 0,80), in grado di descrivere la relazione tra occupazione e driver di consumo.

Tra smart working “concentrato” e “tradizionale” abbiamo stimato, e poi verificato, un risparmio medio clima-normalizzato attorno al 6% (CI 90%: 1–11) su base annua, particolarmente presente nei mesi estivi (in Sardegna i GG estivi contano di più degli invernali).

Il tutto, di fatto, a costo zero (quasi).

Da notare, tra l’altro, che i cosiddetti “rebound effects” sul consumo domestico, tra smart working tradizionale e smart working concentrato, non cambiano.

Ma i risparmi raccontano solo una parte della storia.

Con lo smart working concentrato sono emersi anche interessanti benefici non energetici: le pulizie “di primavera” e gli interventi tecnici si programmano il venerdì; gli impianti e le attrezzature lavorano un giorno in meno (e guadagnano vita utile); i rifiuti prodotti in sede diminuiscono; cresce la consapevolezza energetica di chi vive l’organizzazione, che nei dati trova la prova concreta del proprio contributo di squadra.

E per chi decide comunque di essere presente in ufficio, i nuovi spazi di coworking (ecco perché “quasi”) diventano occasione di nuove sinergie professionali.

Che dite, tutti a casa dal prossimo venerdì?

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