L’efficienza energetica conviene. Realizzarla è una questione di volontà.

di Dario Di Santo

L’efficienza energetica non è solo una scelta tecnica, ma una leva strategica che incide sulla competitività e sulla resilienza delle organizzazioni. L’esperienza maturata da FIRE nella gestione delle nomine degli energy manager mostra con chiarezza come un uso più consapevole dell’energia generi benefici concreti e misurabili. Le imprese che investono in tecnologie efficienti, rinnovabili e buona gestione ottengono risultati tangibili, riducendo sprechi e costi. Accanto a questi interventi, anche la revisione dei processi e dei comportamenti può amplificare l’impatto. Dario Di Santo ne parla in questo articolo.

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FIRE gestisce le nomine degli energy manager e ha quindi una visione molto ampia su come le imprese e gli enti si misurano con il tema dell’energia. I dati confermano quello che l’esperienza sul campo suggerisce: usare meglio l’energia produce vantaggi concreti e misurabili.

I percorsi per migliorare l’efficienza energetica sono fondamentalmente tre, e si integrano a vicenda.

Il primo è l’adozione di tecnologie migliori in sostituzione di quelle esistenti. In questo ambito rientra anche quella che viene definita elettrificazione dei consumi: sostituire tecnologie basate su combustibili fossili con tecnologie elettriche più efficienti non significa solo ridurre i consumi, ma anche conseguire una decarbonizzazione più spinta, visto che il mix di generazione elettrica nazionale è caratterizzato da una quota crescente di fonti rinnovabili.

Il secondo è la produzione di energia da fonti rinnovabili in loco, che consente di ridurre i costi di approvvigionamento e aumentare l’indipendenza energetica. Anche la cogenerazione rientra in questo ambito, a maggior ragione se ad alto rendimento e alimentata da combustibili rinnovabili o a basso contenuto di carbonio.

Il terzo – e forse il più immediato in termini di impatto – è usare meglio l’energia che già si consuma: ridurre gli sprechi, che purtroppo rimangono elevati in molte realtà, e ottimizzare la gestione degli impianti. Adottare le migliori tecnologie disponibili non è infatti sufficiente se queste vengono gestite male: le prestazioni reali dipendono tanto dalla qualità dell’impianto quanto da quella della gestione. Non a caso gli energy manager e i sistemi di monitoraggio e automazione hanno un ruolo molto importante.

A questi tre percorsi di base se ne aggiungono altri due, spesso sottovalutati, ma potenzialmente in grado di produrre risultati molto consistenti. Nel primo ricadono la revisione dei processi e il ripensare gli stili di vita.

Rivedere il layout degli stabilimenti, le materie prime e seconde utilizzate, i processi impiegati e i servizi in modo integrato, anche in ottica circolare, consente di ottenere risultati che vanno ben oltre la semplice ottimizzazione o l’adozione di nuove tecnologie. 

Anche il cambiamento degli stili di vita e dei comportamenti può dare un grande contributo. Tra l’altro non si parla necessariamente di rinunce, ma di ragionare su quello che veramente crea benessere e offre un valore. Un esempio banale ma efficace: il dress code negli uffici.

L’ultima opzione per ridurre i consumi energetici riguarda una progettazione di prodotti e servizi che inserisca nella loro proposta di valore anche una ridotta impronta energetica e carbonica nell’utilizzo. Oggi, infatti, molti prodotti di massa non sono progettati considerando la diminuzione del consumo di energia nel ciclo di utilizzo come una priorità. Basti pensare a router, console, etc. Il risultato è un elevato consumo complessivo, visti i numeri in gioco, non collegato a un valore aggiunto reale per l’utente. È sicuramente uno degli ambiti in cui occorre migliorare. E le imprese che sapranno farlo potranno garantirsi quote di mercato crescenti nel tempo.

Una delle obiezioni più frequenti agli investimenti in efficienza energetica riguarda i costi. È però un argomento spesso mal posto. Due considerazioni permettono di inquadrarlo meglio.

La prima: si tratta di investimenti che presentano indicatori di prestazione economica spesso interessanti o molto interessanti. I tempi di recupero dell’investimento per molti interventi di efficientamento sono relativamente brevi, e una volta recuperato il capitale investito le risorse liberate possono essere destinate ad altri investimenti. È un ragionamento che vale in qualsiasi settore e che deve invitarci a effettuare una corretta valutazione dell’investimento, non fermandosi al costo di partenza, che privilegia le soluzioni meno efficiente e più economiche, adottando materiali e criteri costruttivi di minor valore.

La seconda, forse ancora più importante: per valutare correttamente la convenienza di un intervento di efficienza, se si escludono i casi di sostituzioni anticipate di tecnologie e macchine, ciò che conta non è il costo totale dell’intervento, ma il suo extracosto rispetto a una soluzione standard. Prendendo ad esempio il settore degli edifici, in cui i costi capitali di riqualificazione integrata sono rilevanti, se si deve intervenire su una facciata, il costo che va attribuito all’efficienza energetica è solo la parte aggiuntiva rispetto a una normale ristrutturazione della facciata stessa, non l’intero importo (a meno che la facciata non fosse stata rinnovata di recente). Adottando il giusto approccio nell’analisi, i tempi di ritorno dell’investimento si riducono notevolmente e diventano spesso molto più accessibili di quanto non appaia a prima vista.

Giova inoltre ricordare che gli incentivi disponibili coprono buona parte degli interventi realizzabili. I servizi energetici offerti dalle ESCO e i contratti di Energy Performance (EPC) consentono inoltre di affrontare e superare le barriere economiche e finanziarie, trasferendo il rischio dell’investimento e garantendo risultati misurabili. La barriera economica dunque esiste, ma in molti casi si può superare con successo.

L’efficienza energetica quindi conviene. Realizzarla è però una questione di volontà. I casi di successo non mancano. Nei convegni, negli studi e nelle iniziative che FIRE promuove ne mostriamo numerosi in tutti i settori. E l’evidenza che emerge è costante: le aziende che investono in efficienza energetica sono tendenzialmente più in buona salute, reggono meglio i momenti di crisi e si trovano meno esposte alla volatilità dei prezzi quando questa si fa sentire. Chi agisce come la cicala di La Fontaine si trova invece a sperare nell’intervento pubblico, sempre meno fattibile, o ad agire in emergenza, con costi più alti, minore efficacia e in un contesto di domanda crescente in cui è più difficile trovare risorse e competenze.

Se non si investe in efficienza energetica, in conclusione, non è principalmente un problema di costi. È fondamentalmente una questione di volontà.

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