di Giuseppe Tomassetti
Il costo dell’elettricità resta uno dei nodi centrali per la competitività del sistema italiano. La crescita delle fonti rinnovabili apre nuove prospettive, ma pone anche questioni decisive legate ad accumuli, reti e capacità di realizzare nuovi impianti. I dati richiamati da Terna e i meccanismi messi in campo attraverso il GSE, dall’Energy Release al FER X, mostrano le opportunità ma anche le criticità di questa fase. La sfida è fare in modo che una maggiore produzione rinnovabile possa tradursi concretamente in energia più competitiva per imprese e consumatori.


Negli ultimi anni i bandi regionali a sostegno dell’efficienza energetica hanno mostrato una partecipazione spesso inferiore rispetto a quelli destinati alle fonti rinnovabili. La questione non riguarda una singola area geografica, ma riflette problematiche diffuse che meritano attenzione per orientare le future politiche di incentivazione. Del resto, problemi simili si sono verificati in passato anche per diversi incentivi destinati alle PMI.
Come rendere la decarbonizzazione un’opportunità di sviluppo e non un costo per le imprese? È questa la domanda al centro dell’intervento di Diego Moretti – avvenuto in occasione della presentazione del
Che ruolo ha la flessibilità nella transizione energetica. In questa presentazione, illustrata in occasione della Conferenza organizzata da FIRE sulla tematica, Yasaman Meshenchinezhad descrive i risultati dell’indagine FIRE sulla flessibilità energetica, analizzando il grado di adozione delle principali soluzioni tecnologiche e gestionali, le barriere che ne ostacolano lo sviluppo e le opportunità offerte da una gestione più dinamica dei consumi energetici. Un approfondimento che evidenzia il ruolo della flessibilità come strumento per aumentare l’efficienza, integrare le fonti rinnovabili e rendere il sistema energetico più resiliente.
“In ventisei anni di lavoro nel settore ritengo che il sistema di governo del Paese sia peggiorato: leggi più complesse e nidificate, provvedimenti in contrasto e minore chiarezza sugli obiettivi strategici. Ad esempio, da un lato abbiamo obiettivi ambiziosi sulle rinnovabili, incentivi, semplificazioni di alcuni processi, dall’altro ritardi e conflitti sulle aree idonee, enti locali e soprintendenze che praticano approcci totalmente differenti in parti diverse d’Italia, connessioni gestite in modo non efficace, etc., il tutto condito da un dibattito politico in cui le rinnovabili sono fondamentali un giorno e insignificanti quello successivo. Il risultato è che si cresce meno del previsto e a costi decisamente più alti per il singolo e per il sistema, non si conseguono i benefici possibili in termini di costo dell’energia e di sicurezza energetica e gli investitori non sanno dove mettere i soldi.” L’analisi di Dario Di Santo
La cogenerazione ad alto rendimento è una delle risorse più preziose del sistema energetico italiano, e al tempo stesso una delle più trascurate dal dibattito pubblico. I numeri del rapporto Terna parlano chiaro: nel 2024 il 60% dell’energia prodotta da impianti termoelettrici proveniva da impianti di produzione combinata di calore ed elettricità (91 TWh su 151 TWh), e il 35% di tutta l’energia prodotta in Italia – 264 TWh – veniva dalla cogenerazione, con 44 TWh aggiuntivi di calore utile.
La crisi energetica legata alla chiusura dello stretto di Hormuz – che la IEA definisce peggiore di quelle degli anni Settanta – si protrae e le nubi all’orizzonte si fanno sempre più minacciose. Anche a volere rimanere ottimisti, sperando che un accordo sia trovato al più presto in un mondo che ha sostituito la via del confronto e della diplomazia con quella dello scontro e della protervia, per diversi mesi ci confronteremo con una penuria di combustibili fossili e con prezzi elevati. Il quadro è fosco, ma qualcosa possiamo fare.








