Cogenerazione: un futuro da costruire

di Dario Di Santo

La cogenerazione ad alto rendimento è una delle risorse più preziose del sistema energetico italiano, e al tempo stesso una delle più trascurate dal dibattito pubblico. I numeri del rapporto Terna parlano chiaro: nel 2024 il 60% dell’energia prodotta da impianti termoelettrici proveniva da impianti di produzione combinata di calore ed elettricità (91 TWh su 151 TWh), e il 35% di tutta l’energia prodotta in Italia – 264 TWh – veniva dalla cogenerazione, con 44 TWh aggiuntivi di calore utile.

Una soluzione che non può essere ignorata quando si discute di transizione energetica, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività industriale, tanto più in un momento in cui è messa in discussione da provvedimenti recenti e, soprattutto, dall’incertezza sulla loro attuazione.

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La cogenerazione ad alto rendimento è una delle risorse più preziose del sistema energetico italiano, e al tempo stesso una delle più trascurate dal dibattito pubblico. I numeri del rapporto Terna parlano chiaro: nel 2024 il 60% dell’energia prodotta da impianti termoelettrici proveniva da impianti di produzione combinata di calore ed elettricità (91 TWh su 151 TWh), e il 35% di tutta l’energia prodotta in Italia – 264 TWh – veniva dalla cogenerazione, con 44 TWh aggiuntivi di calore utile.

Una soluzione che non può essere ignorata quando si discute di transizione energetica, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività industriale, tanto più in un momento in cui è messa in discussione da provvedimenti recenti e, soprattutto, dall’incertezza sulla loro attuazione. Ho avuto l’occasione di intervenire al convegno Italcogen, dove è stato presentato uno studio sul tema; di seguito condivido la prospettiva di FIRE.

Qualunque valutazione sulla cogenerazione deve misurarsi con tre dimensioni fondamentali, da coltivare insieme: efficienza del sistema (economia), sicurezza energetica e decarbonizzazione. La cogenerazione ad alto rendimento (CAR) offre una risposta positiva su tutti e tre i fronti: rendimenti delle fonti primarie del 70-80%, risparmi del 10-20% rispetto alla generazione separata, minor dipendenza dalle importazioni, e riduzione delle emissioni del parco termoelettrico.

La direttiva 1791/2023 sull’efficienza energetica introduce un limite di 270 gCO₂/kWh elettrico prodotto. Applicato isolatamente, penalizza gli impianti cogenerativi alimentati a gas naturale. I dati ISPRA 2023 mostrano un quadro più articolato: il fattore emissivo medio della rete italiana è 256,3 gCO₂/kWh grazie alle rinnovabili; la produzione termoelettrica complessiva si attesta a 414,9 gCO₂/kWh, quella cogenerativa a 369 gCO₂/kWh. La cogenerazione riduce dunque le emissioni nazionali in modo significativo, pur senza competere con il mix rinnovabile.

Un’applicazione diretta della soglia farebbe danni in assenza di alternative migliori sotto le tre dimensioni citate sopra. Una strada percorribile: considerare conformi gli impianti CAR al di sopra di una certa soglia di rendimento di primo principio.

Quanto ai combustibili a basso contenuto di carbonio – biocombustibili, idrogeno verde – non ce ne sono abbastanza per la cogenerazione. Se una risorsa è scarsa, d’altra parte, la razionalità suggerisce di impiegarla dove il rendimento è massimo: nel 70-80% di un impianto CAR, non nel 15-20% di certi usi nei trasporti.

La cogenerazione è inoltre messa in difficoltà dagli obiettivi di decarbonizzazione delle imprese e dall’ETS, che guardano alle emissioni locali, non al quadro sistemico. È un tema su cui occorre riflettere. L’atmosfera non distingue dove si riduce l’emissione: conta che avvenga nel modo più efficiente possibile.

Un impianto cogenerativo ben gestito può modulare la produzione, mantenere riserva rotante, integrarsi con accumuli elettrici e termici. In un sistema sempre più dipendente da generazione non programmabile, questa capacità ha un valore crescente. FIRE ha pubblicato di recente uno studio articolato sulla flessibilità – disponibile anche in inglese su https://fire-italia.org/flessibilita-nellenergy-management/ – che esplora queste opportunità. Non è un tema nuovo: già nel 2005 analizzavamo le sinergie tra cogenerazione e pompe di calore nel teleriscaldamento. L’integrazione di CAR, accumuli, elettrificazione e rinnovabili in sistemi ottimizzati a livello di sito o distretto industriale è tecnicamente matura. Mancano la volontà di attuarla e un quadro normativo che la supporti.

Il futuro della cogenerazione per me è un’evoluzione verso un impiego più integrato e flessibile: riduzione della potenza installata dove soluzioni come le pompe di calore siano già convenienti e valorizzazione della capacità esistente con un impiego più flessibile, a servizio della rete, oltreché dell’utente. Questa evoluzione richiede incentivi adeguati: i certificati bianchi andrebbero mantenuti e aggiornati, integrandoli con meccanismi di demand response capaci di premiare la cogenerazione a servizio della rete.

C’è un paradosso che vale la pena sottolineare. L’Italia ha attraversato due crisi energetiche in pochi anni, paga il gas a costi strutturalmente più alti a causa del GNL, ha prezzi dell’energia tra i più elevati d’Europa. Eppure, il dibattito pubblico continua a concentrarsi su tecnologie futuribili, su polemiche sterili o su misure emergenziali di dubbia efficacia, trascurando ciò che si può fare già oggi con quello che abbiamo a disposizione e ritardando il recepimento di direttive come quella sull’efficienza energetica o quella sulle prestazioni energetiche dell’edilizia che aiuterebbe ad andare nella giusta direzione. Nel dibattito ci si sofferma sempre sui costi dell’azione e mai, colpevolmente mi viene da dire, su quelli della confusione e dell’inazione, che gli studi e le evidenze mostrano più alti.

L’efficienza energetica – al cui interno ricadono la cogenerazione e la flessibilità della domanda – mette a disposizione degli investitori soluzioni mature, convenienti, supportate da evidenze solide e dalla voce diretta delle imprese. Non richiedono grandi innovazioni tecnologiche né investimenti straordinari da parte dello Stato, ma un quadro normativo coerente, incentivi stabili e una governance dell’energia che sappia valorizzare ciò che funziona.

 

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