Qualcosa è cambiato, molto rimane da migliorare

di Dario Di Santo

Nell’ultima newsletter prima della pausa estiva, Dario Di Santo, direttore FIRE, ha analizzato alcuni dati del settore energetico, mettendoli a confronto, dal 2000 ad oggi. Secondo i dati Eurostat, nel 2000 il rapporto fra produzione primaria di energia (in prevalenza legata all’estrazione di gas naturale) e quella disponibile da tutte le fonti era nell’ordine del 14%, nel 2022 è salito al 18% (in grande prevalenza da fonti rinnovabili). Questo vuol dire, tra l’altro, minore dipendenza dall’estero, ossia più sicurezza energetica, e meno emissioni. Più consistente è stato però il cambiamento sugli usi finali, non tanto per la riduzione dei consumi energetici di 10 Mtep (nel 2022 eravamo scesi a 110,8 Mtep), quanto per la divisione fra settori. Nel 2000 le percentuali relative a industria, trasporti e civile erano rispettivamente pari a 31%, 33% e 36%; nel 2022 si è passati a 22%, 33% e 45%. E l’efficienza energetica?

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Se lavorate da qualche anno nel settore come me, vi sarà capitato di trovarvi a pensare che ci si trova ad affrontare sempre le stesse problematiche e a proporre soluzioni più o meno simili, tanto che può sembrare di essere pienamente immersi nel gattopardiano “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E in parte è senza dubbio così. Potrei riprendere articoli scritti oltre quindici anni fa, cambiare qualche riferimento, e riproporli come nuovi senza che perdano di validità.
Non mi andava però di partire per le ferie lasciandovi con un articolo dedicato a ciò che non funziona, ai provvedimenti in ritardo o agli italici vizi. Preferisco e trovo più costruttivo evidenziare che dal duemila, anno in cui ho iniziato a lavorare con FIRE, di cambiamenti ce ne sono stati diversi, molti positivi. E che questo dimostra come, con il giusto impegno, si potrebbero ottenere buoni risultati con vantaggi per tutti.

Nel confronto occorre tenere presente che ci sono state anche diverse modifiche strutturali, di cui tenere conto nell’analisi e nelle possibili deduzioni. La principale, guardando ai numeri dell’energia, riguarda la struttura produttiva del Paese. Secondo i dati Eurostat, nel 2000 il rapporto fra produzione primaria di energia (in prevalenza legata all’estrazione di gas naturale) e quella disponibile da tutte le fonti era nell’ordine del 14%, nel 2022 è salito al 18% (in grande prevalenza da fonti rinnovabili). Questo vuol dire, tra l’altro, minore dipendenza dall’estero, ossia più sicurezza energetica, e meno emissioni. Più consistente è stato però il cambiamento sugli usi finali, non tanto per la riduzione dei consumi energetici di 10 Mtep (nel 2022 eravamo scesi a 110,8 Mtep), quanto per la divisione fra settori. Nel 2000 le percentuali relative a industria, trasporti e civile erano rispettivamente pari a 31%, 33% e 36%; nel 2022 si è passati a 22%, 33% e 45%. È evidente il crollo dell’industria, in cui sono scesi in modo consistente i consumi in diversi settori (acciaio, chimico e petrolchimico, metalli e minerali non ferrosi, meccanica, tessile), hanno retto alimentare, cartario e legno con relativi prodotti, e sono aumentati solo i componenti per il trasporto e le costruzioni. I trasporti sono diminuiti della stessa quota dei consumi totali, mantenendo invariata la percentuale, mentre il settore civile è cresciuto, soprattutto nei servizi. È chiaro che su queste trasformazioni hanno giocato un ruolo la delocalizzazione industriale, l’incremento dei servizi e l’aumento dei consumi negli edifici.
E l’efficienza energetica? Cosa si può dire al riguardo?

Figura 1

La figura 1, basata sui dati Odyssee, mostra come abbia avuto un ruolo determinante nella riduzione dei consumi. Senza gli interventi che hanno garantito risparmi energetici tecnici i consumi finali sarebbero aumentati di circa 17 Mtep. L’effetto – come mostra la figura 2 – non è stato lo stesso nei vari settori: buono nell’industria e nei trasporti, limitato nel residenziale (dove ha bilanciato l’aumento dei consumi legato ai nuovi edifici, ma non quello imputabile a nuovi usi energetici) e trascurabile per i servizi (che hanno dunque visto un forte aumento a causa sia dell’incremento di attività, sia, soprattutto, di comportamenti, regolazioni non efficienti e nuovi usi).
Può essere interessante evidenziare, basandosi sui dati Odyssee, qualche altro indicatore. I consumi per riscaldamento medi normalizzati per il clima, dopo avere superato i 115 kWh/m2 a metà ventennio, sono tornati in linea con quelli del 2000, intorno ai 102 kWh/m2.
Spostando l’attenzione alle fonti rinnovabili, si può segnalare l’incremento complessivo rispetto ai consumi primari (dal 6,3% del 2004 al 19,1% del 2022), con la quota per i settori elettrico, riscaldamento e raffrescamento, e trasporti salita rispettivamente a a 37,1%, 20,6% e 10,1%.
L’effetto combinato della riduzione dei consumi e della variazione del mix di combustibili (crescita rinnovabili e aumento dell’uso del gas naturale fra i combustibili fossili) ha portato le emissioni di gas serra legate agli usi energetici da 460 a 335 milioni di tonnellate equivalenti di CO2.

Figura 2 (fonte: Odyssee)

Volendo sintetizzare molto, si potrebbe dire che il Paese ha perso una parte consistente di capacità manifatturiera nel periodo 2000-2022, ha aumentato i consumi legati agli edifici a dispetto dell’efficienza energetica a causa dei nuovi servizi energetici (raffrescamento, ICT, utenze domestiche) e ha ridotto le emissioni di gas serra e aumentato la sicurezza energetica grazie all’uso razionale dell’energia.
Appare inoltre evidente che si può fare molto di più, sia in termini di efficientamento energetico, sia di penetrazione delle fonti rinnovabili. Sul primo aspetto sarebbe utile rafforzare i certificati bianchi – che mostrano segni di ripresa, come evidenziato nella conferenza FIRE Enerpolicy, ma necessiterebbero di una serie di revisioni (e su questo torneremo a settembre con un documento di proposte) –, le detrazioni fiscali, che dopo lo shock del superbonus necessiterebbero di una stabilizzazione nella legge di bilancio di fine anno e il conto termico (che sarebbe utile impiegare anche per la povertà energetica).
Sul fronte rinnovabili il decreto sulle aree idonee ha reso tutto molto più difficile, dopo che negli ultimi anni si erano fatti passi avanti notevoli sul fronte delle autorizzazioni. Ma rimane da risolvere il problema del numero enorme di richieste di allacciamento, non correlato agli impianti che realmente di realizzeranno e utile solo per fare terrorismo psicologico sul consumo di suolo e sulla capacità della rete di gestire le rinnovabili, quando gli ultimi venti anni hanno dimostrato che uno sviluppo rapido e armonico di impianti di generazioni e reti è possibile e gestibile.
E poi rimaniamo noi, che nelle realtà in cui lavoriamo, nelle nostre case e nei trasferimenti possiamo fare davvero molto per ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2. Auguro a tutti una pausa estiva rinfrancante, in modo da riprendere il lavoro pieni di idee e di buona volontà.

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