È tempo di collaborare

di Dario Di Santo

Ci attendono anni impegnativi e sfidanti. Da un lato l’avere coperto sotto falsità per decenni gli effetti dei gas serra ci ha messi con le spalle al muro e ci costringe a dovere costruire in fretta un nuovo sistema economico (a proposito, attenzione che il negazionismo sarà sostituito dal catastrofismo dei prezzi alti). Dall’altro, invece di sfruttare le nuove tecnologie per aiutare le nostre intelligenze a fare fattore comune per affrontare sfide epocali – decarbonizzazione, pandemie di cui il Sars-Cov2 rappresenta l’evoluzione ad oggi più dannosa, mancanza di risorse per fare fronte a oltre 7 miliardi di individui nel lungo periodo, concentrazione delle ricchezze nelle mani di poche società e pochi individui, fenomeni negativi della globalizzazione, etc. –, le usiamo per creare muri, sia reali sui confini nazionali e nell’accesso a servizi vitali, che virtuali sui social e nei dibattiti.

Il problema è che la storia insegna che quando lavoriamo insieme per costruire facciamo grandi cose, quando invece procediamo per divisioni generiamo solo povertà e disastri. Dovremmo dunque impegnarci tutti per passare dalle critiche e dagli schieramenti alle proposte e alla ricerca di buone soluzioni. Si può fare. Come diceva Yoda il lato oscuro della forza non è più forte, solo più rapido e semplice. Non a caso da piccoli ci viene prima naturale distruggere le costruzioni che ci mettono davanti, ma quando cresciamo un po’ capiamo quanto più bello e ricco di soddisfazioni sia mettere un mattoncino sopra l’altro per dare vita alle nostre idee.

Come si fa a costruire per camminare sul percorso della decarbonizzazione? Beh, si parte dal presupposto che ci serve intervenire con un mix di soluzioni esistenti, su cui fondare la nostra costruzione, e contestualmente investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni.

Per quanto riguarda le soluzioni esistenti ne abbiamo due che sono pronte e che possono produrre grandi risultati: l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Non a caso negli scenari si attribuisce loro buona parte della decarbonizzazione al 2050. Sono essenziali per cominciare a cambiare la pendenza della curva delle emissioni di gas serra, che si è rimessa a crescere con la ripresa economica, e per contrastare in modo strutturale il caro prezzi, elemento con cui inevitabilmente avremo a che fare in futuro (vuoi perché il sistema fossile è per la prima volta sotto pressione non per le quantità erogate, ma perché causa del surriscaldamento globale, vuoi perché a ciò che produce il problema non potrà che essere associato un segnale di prezzo tendente a limitarne l’uso).

Peccato che le rinnovabili siano ostaggio di lacci e lacciuoli (senza che ciò tolga che vanno sviluppate con giudizio, specie quando le dimensioni di impianto sono rilevanti) e che l’efficienza energetica continui a non essere considerata quanto servirebbe (ne abbiamo parlato al recente workshop organizzato insieme al Coordinamento Free). Per inciso non sono problemi solo italiani, soprattutto il secondo.

Una prima sfida da affrontare è dunque quella di trasformare in realtà questo potenziale, cercando di fare le cose bene e rinunciando a una perfezione che non si può ottenere, in quanto ognuno ne ha un’idea diversa. Che si sia policy maker, decisori di azienda o semplici dipendenti e cittadini, ognuno di noi può fare la sua parte.

La seconda sfida, più impegnativa, è trasformare il nostro modo di vedere la realtà, ripensando prodotti, servizi, processi e filiere in modo sostenibile, e rivedendo i nostri modelli di business e i nostri stili di vita. Vanno riscritte le proposte di valore che le nostre imprese hanno disegnato nei decenni, e questo richiede una nuova visione, che parta da obiettivi diversi e porti a risultati in linea con la decarbonizzazione e la sostenibilità delle nostre economie. Ed è utile pensare a cosa realmente ci sia utile per farci stare bene e arricchire le nostre esistenze, eliminando o riducendo la domanda di energia che non ci serve realmente. Si può fare, c’è chi ha iniziato tale processo da anni e anni, ma non è semplice perché richiede anzitutto di riattivare le nostre intelligenze e di mettere in discussione ciò che facciamo oggi. A Roma diremmo “daje!”.

La terza sfida, che risulterà più semplice da affrontare se ci dedicheremo con successo alla seconda, riguarda le nuove soluzioni. Vedremo a tale proposito cosa ricerca e innovazione ci metteranno davanti negli anni. Il “nuovo” nucleare – sia perché in realtà è vecchio di decenni, sia perché i risultati recenti sono stati pessimi sotto il profilo tecnico ed economico, sia infine perché non è una tecnologia sostenibile, se a fissione – temo che difficilmente sarà una di queste. Parliamone pure, anche perché rimane un tema affascinante, ma non perdiamo di vista quello che possiamo fare oggi.

Prima di chiudere, permettetemi anche di dire che mi piacerebbe che il ministro della transizione ecologica il prossimo anno si dedicasse di più all’efficienza energetica, vista l’importanza nei decenni passati del first fuel dell’economia e l’adozione del principio comunitario dell’energy efficiency first. Confido anche che non citi più catastrofismi vari, capaci solo di alimentare divisioni. Non che non siano condivisibili le preoccupazioni espresse, ma non ho mai visto un’impresa crescere con gli amministratori dediti a tratteggiare scenari tragici, mentre ne ho viste diverse prosperare partendo dalla definizione delle sfide da affrontare, per quanto difficili, e investendo le proprie energie nel superarle.

Bene, quale momento migliore del Natale per cercare di seminare culture più produttive? Per cominciare ad ascoltare gli altri, con quell’approccio che oggi nei corsi per manager chiamano “ascolto attivo”, mentre in passato si definiva rispetto ed era segno di grande intelligenza? Per cercare strade condivise in un mondo pieno di viottoli? Ne abbiamo tanto bisogno. Ovviamente godetevi le vostre famiglie e quel clima di magia che solo questo periodo può donarci, se glielo consentiamo.

Buon Natale a tutti!

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