di Dario Di Santo
Per decenni ci è stato detto, dalla World Meteorological Association (WMO) dalla fine degli anni 70 e dall’International Panel on Climate Change (IPCC) a partire dal 1990, che occorreva intervenire sulle emissioni di CO2 per evitare di trovarci a fronteggiare un clima ostile e un incremento degli eventi estremi (inondazioni, trombe d’aria, siccità, incendi, etc.). Per decenni si è preferito procedere continuando ad aumentare le emissioni, anche per le sirene del negazionismo climatico, mentre il primo vero accordo mondiale sul tema ha dovuto attendere ben 21 conferenze delle parti (COP) per essere redatto a Parigi nel 2015 (l’applicazione è un’altra storia, visto che stiamo per aprire la COP 29 a Baku e ancora si discute di varie questioni).
I risultati non sono positivi.
Secondo l’ing. Di Santo abbiamo due alternative: continuare a seguire il canto delle sirene, certi del naufragio, o provare a cambiare. Senza certezze di arrivare al net zero al 2050, ma con almeno la possibilità di trovare una via d’uscita, ricordandosi che il sistema evolverà e che nuove opportunità si apriranno nel tempo (quindi gli scenari vanno presi con un minimo di ottimismo).
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Per decenni ci è stato detto, dalla World Meteorological Association (WMO) dalla fine degli anni 70 e dall’International Panel on Climate Change (IPCC) a partire dal 1990, che occorreva intervenire sulle emissioni di CO2 per evitare di trovarci a fronteggiare un clima ostile e un incremento degli eventi estremi (inondazioni, trombe d’aria, siccità, incendi, etc.). Per decenni si è preferito procedere continuando ad aumentare le emissioni, anche per le sirene del negazionismo climatico, mentre il primo vero accordo mondiale sul tema ha dovuto attendere ben 21 conferenze delle parti (COP) per essere redatto a Parigi nel 2015 (l’applicazione è un’altra storia, visto che stiamo per aprire la COP 29 a Baku e ancora si discute di varie questioni).
I risultati possono essere ben rappresentati nell’immaginario collettivo dalla copertina del nuovo numero di Gestione Energia, rivista FIRE. Ma questa è solo la parte più appariscente e dolorosa, visto che causa danni ingenti e immediati a famiglie, imprese ed enti. C’è poi quella più subdola, perché in divenire, come il cambiamento delle condizioni climatiche che mette l’agricoltura nel nostro Paese in una situazione di crescente difficoltà, per tacere del futuro degli sport invernali (tanto per rimanere sull’attualità dell’accordo fra la Federazione internazionale sci FIS e WMO, appena entrato in vigore) e degli effetti su fauna e flora a livello terrestre e acquatico. E poi, quando gli eventi peggioreranno, arriveranno le migrazioni di massa dai Paesi poveri e meno strutturati. Quelle che nessun accordo transfrontaliero può fermare. Se vi sembra uno scenario negativo e apocalittico, vi invito a rivedere quanto si diceva degli accadimenti meteorologici ormai continui una ventina di anni fa.
Intervenire è necessario e conviene, facendo un’analisi di lungo periodo, eppure continuiamo ad ascoltare commenti tipo: non lo dobbiamo fare noi, costa troppo, si modifica il paesaggio, mette a rischio le nostre imprese, ci salverà il nucleare con i nuovi reattori modulari e piccoli (come gli SMR, small modular reactor), etc. Peccato che: sì, lo dobbiamo fare prima di tutto noi, perché è un nostro interesse e perché siamo quelli cha abbiamo di più da perdere; il paesaggio continuiamo comunque a modificarlo, né si può pensare di farne a meno (è sacrosanto però governare il processo); le imprese sono anni che delocalizzano e vanno fuori mercato (se la Volkswagen – come tante altre aziende – è in crisi, la colpa non è né dell’auto elettrica, né delle politiche sulle emissioni, ma della progressiva perdita della capacità di innovare, come descrive Fubini il 2 settembre nella rubrica Economia e finanza del Corriere della Sera); i reattori SMR semplicemente non esistono nella realtà, nessuno li sta costruendo, nessuno ha dati attendibili sui costi e non si capisce il miracolo economico in base al quale una soluzione che l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) nei suoi rapporti giudica comunque più costosa di quelle rinnovabili e tradizionali dovrebbe consentire di vendere energia più economica alle imprese. Poi certo ben venga la ricerca e la speranza di avere nuove soluzioni tecnologiche performanti e in grado di stravolgere in modo positivo il quadro attuale. Ma non possiamo limitarci a confidare nel fato, dobbiamo costruire il cambiamento.
Penso che abbiamo due alternative: continuare a seguire il canto delle sirene, certi del naufragio, o provare a cambiare. Senza certezze di arrivare al net zero al 2050, ma con almeno la possibilità di trovare una via d’uscita, ricordandosi che il sistema evolverà e che nuove opportunità si apriranno nel tempo (quindi gli scenari vanno presi con un minimo di ottimismo).
La buona notizia è che nei rapporti IPCC non c’è solo un lungo elenco di disastri con cui convivere ora e/o nel futuro, ci sono anche delle soluzioni che possono portarci agli obiettivi: azioni di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici sul territorio, efficienza energetica e fonti rinnovabili.
Possiamo ad esempio decidere se costruire un ponte sullo Stretto di Messina (personalmente ho sempre ammirato le grandi opere di ingegneria positiva, per cui non ho nulla in contrario di principio) o cercare di ridurre le perdite idriche sulle nostre reti e costruire opere di salvaguardia come i bacini di laminazione per contrastare le bombe d’acqua. Possiamo supportare l’innovazione delle nostre imprese, per renderle competitive, nel solco delle politiche europee e nazionali, che devono supportare adeguatamente il cambiamento e mantenere viva l’innovazione. Possiamo decidere di usare meglio l’energia nella nostra vita quotidiana attraverso l’efficienza energetica, invece di continuare a sprecarla guidando male, usando in modo sconsiderato i servizi energetici in casa e in azienda e non adottando sistemi di monitoraggio e automazione dove possibile. Possiamo infine continuare a sviluppare le rinnovabili: fra l’approccio di cieco contrasto della Regione Sardegna e il permissivismo totale ci sono diverse vie di mezzo, proposte da vari stakeholder, che consentirebbero di continuare a incrementare la quota di FER in modo da conseguire benefici per il Paese.
Penso sia ora di rimboccarsi le maniche, imparare di nuovo a dialogare e lasciare da parte le ideologie. Nell’interesse di tutti.











