di Giuseppe Tomassetti
La notizia è di questi giorni: nell’acciaieria Arvedi di Terni, per la produzione di acciai inossidabili, è stato fermato uno dei due forni elettrici perché il costo dell’elettricità, fino a 130 €/MWh, valutato superiore di 2-3 volte di quello pagato dai concorrenti in altri Paesi europei, portava fuori mercato la produzione.
Al di là delle condizioni dello specifico stabilimento, resta il fatto che il meccanismo di mercato italiano, basato sul prezzo marginale costituito dagli impianti alimentati a metano, più costoso per la guerra in Ucraina, pur in presenza di una quota crescente di fonti rinnovabili, il 44% nel primo semestre 2024, per ancora moltissimi anni porterà a prezzi basati sull’uso del metano perché ad essi è affidata la ripresa del carico. Non è previsto per le imprese energivore italiane un canale di fornitura dedicato, con vincoli specifici, come avviene in altri Paesi.
L’analisi ed il commento sulla vicenda (e su molti aspetti correlati) sono racchiusi in questo articolo dell’ing. Tomassetti, vice presidente FIRE.
_______________________________________________________________________________________
La notizia è di questi giorni: nell’acciaieria Arvedi di Terni, per la produzione di acciai inossidabili, è stato fermato uno dei due forni elettrici perché il costo dell’elettricità, fino a 130 €/MWh, valutato superiore di 2-3 volte di quello pagato dai concorrenti in altri Paesi europei, portava fuori mercato la produzione.
Al di là delle condizioni dello specifico stabilimento, resta il fatto che il meccanismo di mercato italiano, basato sul prezzo marginale costituito dagli impianti alimentati a metano, più costoso per la guerra in Ucraina, pur in presenza di una quota crescente di fonti rinnovabili, il 44% nel primo semestre 2024, per ancora moltissimi anni porterà a prezzi basati sull’uso del metano perché ad essi è affidata la ripresa del carico. Non è previsto per le imprese energivore italiane un canale di fornitura dedicato, con vincoli specifici, come avviene in altri Paesi.
Per le imprese energivore, operanti in turni continui a carico piuttosto costante per buona parte delle 8600 ore di un anno, l’elettricità è una materia prima mentre per gli altri consumatori, con fattori di carico ridotti e variabili, l’elettricità è sia una materia prima che un servizio e le tariffe ne debbono tener conto.
La posizione della siderurgia italiana verso la transizione energetica richiede un approfondimento tecnico. Il processo tipico, usato in tutto il mondo, parte dal minerale (ossido di ferro) e dal coke (carbone porosizzato), nell’altoforno la combustione del coke strappa l’ossigeno dal minerale producendo una lega di ferro e carbonio (la ghisa), poi un trattamento chimico-fisico produce i vari acciai (leghe di ferro, piccole percentuali di carbonio e altri metalli). La produzione del coke e la sua combustione generano, oltre alla CO2, grandi quantità di polveri ed altri gas inquinanti. La produzione di CO2 sta quindi alla base del processo, per questo la siderurgia è considerata una delle tecnologie più difficile da abbattere negli obbiettivi della decarbonizzazione; un’ipotesi è di preridurre (disossidare) il minerale con metano o idrogeno verde, ottenendo noduli di ferro spugnoso da caricare poi in un forno elettrico per fonderli.
La situazione italiana è molto diversa. Senza minerale e senza carbone, abbiamo attivato l’economia circolare, compriamo rottame di ferro da tutto il mondo e lo rifondiamo al forno elettrico; si usa solo elettricità e le emissioni dal forno sono ridotte rispetto all’altoforno. Oggi l’80% dell’acciaio italiano è prodotto da rottame in vari piccoli stabilimenti, mente l’ILVA di Taranto, stabilimento integrato (porto, cokeria, altoforno, elettricità dai gas di scarico, cementificio e tubificio) è in crisi. La soluzione italiana è una nicchia poco replicabile in altri paesi per la scarsa disponibilità di rottame.
In questo contesto la chiusura di un forno elettrico in Italia ridurrà di poco le emissioni climalteranti del nostro sistema elettrico, ma aumenterà di molto le emissioni delle acciaierie a carbone degli altri Paesi; danno economico per l’Italia e danno ambientale per il clima della terra. Per altri settori energivori italiani con forte riciclaggio di materia prima, come nel cartario, la situazione potrebbe essere simile alla siderurgia, nel cartario però molta elettricità è autoprodotta in cogenerazione.
Questo contrasto fra gli obbiettivi di efficienza energetica e gli obbiettivi di economia circolare, ossia efficienza nell’uso di tutte le risorse, deriva dalla decisione della UE di fissare obbiettivi comuni a tutti i 27 paesi, prendendo a riferimento i dati storici di consumo di energia delle imprese. Si è trattato di una scelta obbligata, in assenza di un governo sovranazionale era difficile pensare a confronti dell’efficienza delle varie filiere ed a misure compensative fra i paesi. Il meccanismo di riduzione percentuale dei consumi penalizza le imprese nazionali che, avendo sempre pagato cara l‘energia, avevano mediamente consumi specifici più bassi; altro fattore penalizzante è la limitata rappresentanza a Bruxelles delle nostre imprese e governi.
Superare la transizione in sicurezza richiede di predisporre le infrastrutture per il futuro avendo la garanzia di poter usare quelle del passato. La UE invece, per recuperare ritardi nella transizione, decideva di penalizzare finanziariamente, con la tassonomia, le tecnologie energetiche tradizionali, proprio quando la guerra in Ucraina distruggeva il quadro geopolitico che era alla basa delle nostre scelte passate, decisione quasi da mosca cocchiera o da migranti che bruciano le navi.
Il governo democratico USA ha favorito il fracking, la rottura di rocce profonde per estrarre il metano intrappolato, fonte garantita per i consumatori e dopo l’Ucraina ha deciso 680 miliardi per riportare a casa le manifatture. Il governo confuciano-imperiale cinese ha fatto scelte simili: elettricità a basso prezzo da carbone e investimenti massicci sulle tecnologie rinnovabili; come risultato fotovoltaico, auto elettrica, eolico hanno fatto un salto nelle prestazioni e nella caduta dei prezzi, a vantaggio della Cina e delle sue esportazioni, ma indubbiamente utili per tutti gli altri paesi come riduzione del rischio della ricerca per quei paesi che vorranno replicare il percorso.
Da queste considerazioni consegue che la soluzione per gli energivori italiani deve essere strutturale, non certo un bonus sulla tariffa; non ci sono più soldi ed i bonus deresponsabilizzano chi li riceve, sono un ostacolo alla transizione.
La soluzione dovrebbe venire imitando cosa hanno fatto in Usa e Cina, un doppio regime: gli energivori che non possono operare in cogenerazione, debbono restare competitivi nel mercato, garantendo la capacità di risposta del paese anche in situazioni di emergenza. Una certa quota di queste imprese dovrà avere elettricità generata da combustibili tradizionali, a prezzi concorrenziali, mentre le imprese non energivore, il terziario e le residenze entrano progressivamente nello schema delle rinnovabili, dell’autoproduzione, delle comunità, degli accumuli, dell’idrogeno e dei combustibili sintetici.
Un doppio regime ha molti rischi, richiede una amministrazione molto forte, un antidoto che è mancato al 110% potrebbe essere costituito da un limite fisico delle centrali dedicate, in una eventuale graduatoria dei richiedenti andrebbero privilegiati gli impianti più recenti e quelli che hanno avuto accesso ai certificati verdi (dubbio se premiare chi esporta i suoi prodotti). Queste forniture dovrebbero essere soggette a vincoli quali la interrompibilità anche per periodi di qualche giorno, ad una programmazione mensile e a soste lunghe per manutenzione.
Per una quantificazione del problema gli ultimi dati disponibili sono quelli del 2022; la generazione termoelettrica in cogenerazione è stata di 102 TWh, quella non in cogenerazione è stata di 88 TWh, di questa circa 9 TWh sono stati generati da fonti rinnovabili e 20 TWh da carbone (diminuito poi per chiusure). Le importazioni sono state pari a 42 TWh.
I consumi elettrici delle imprese metallurgiche sono stati 21 TWh, altri 10 TWh sono quelli usati dai materiali per le costruzioni e infine 10 TWh dalla costruzione di macchinari; gli energivori elettrici senza cogenerazione consumano così circa 40 TWh. Per un intervento significativo bisognerebbe trovare 15-25 TWh di elettricità a basso costo, il 5-8% del consumo nazionale.
Per non fare il sistema troppo complesso sarebbe opportuno utilizzare impianti esistenti, senza costi aggiuntivi; dovendo dare un parere come amante del tema, ma senza nessuna informazione dei fatti interno, da una parte riattivare la centrale supercritica a carbone di Civitavecchia (molto efficiente, forse non ancora ammortata, con il carbonile tutto al coperto che evita le polveri così dannose a Taranto) dall’altro una quota dell’elettricità importata, che dovrebbe costare poco più di quello che pagano gli energivori in Francia.
Dovendo mantenere ancora a lungo il prezzo unitario legato agli impianti a metano, nonostante la crescita delle rinnovabili, crescerà sempre di più il desiderio dei consumatori di avere maggiore trasparenza e leggibilità nei bilanci delle imprese elettriche, potrebbe essere opportuno che questi 15-25 TWh arrivino ad imprese che costituiscono la base dell’Italia senza sovraprezzi.
Ovviamente, per continuare sulla strada della decarbonizzazione, che rimane prioritaria, un approccio del genere presupporrebbe una spinta decisa alle fonti rinnovabili elettriche e termiche, senza i continui stop and go di una legislazione che con una mano favorisce (processi autorizzativi semplificati, obiettivi crescenti, etc.) e con l’altra frena (aree idonee, decreti di incentivazione in ritardo, etc.).











