Intelligenza artificiale e competitività aziendale

Jacopo Romiti e Dario Di Santo

L’innovazione continua nel campo della digitalizzazione e degli strumenti di analisi per la gestione di enormi quantità di dati consente di gestire con crescente precisione ed efficienza sistemi di complessità sempre più vasta. Questi strumenti di gestione, e in particolare gli algoritmi come quelli alla base del funzionamento dell’IA generativa, sono destinati ad accompagnare la trasformazione dei processi industriali e logistici, necessaria per vincere le sfide della transizione energetica di qui ai prossimi anni. Ne parliamo nell’articolo di apertura della newsletter FIRE di inizio maggio.

Delle tematiche legate all’innovazione digitale a servizio delle transizione energetica e delle competenze dei professionisti del settore (ma non solo), si discuterà il 14 e 15 maggio in occasione della nona edizione della conferenza SECEM . Inoltre, fedele al proprio spirito innovativo, la Federazione nei giorni scorsi ha bandito la borsa di studio “Bette Mebane” Fellowship Grant per giovani laureati sul tema dell’intelligenza artificiale applicata nell’ambito delle soluzioni per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili.

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La transizione energetica e gli sviluppi delle tecnologie di intelligenza artificiale (IA) sono strettamente collegati. I due processi avranno impatti talmente ampi e decisivi sul futuro dell’umanità da influenzarsi inevitabilmente a vicenda. L’innovazione continua nel campo della digitalizzazione e degli strumenti di analisi per la gestione di enormi quantità di dati consente di gestire con crescente precisione ed efficienza sistemi di complessità sempre più vasta. Questi strumenti di gestione, e in particolare gli algoritmi come quelli alla base del funzionamento dell’IA generativa, sono destinati ad accompagnare la trasformazione dei processi industriali e logistici, necessaria per vincere le sfide della transizione energetica di qui ai prossimi anni.

D’altra parte, la digitalizzazione dell’economia porta con sé consumi energetici crescenti e pone, almeno in alcuni contesti, questioni di sostenibilità e di sicurezza, senza contare le questioni etiche e sociali legate alla diffusione dell’IA.

Spesso si parla di una doppia transizione, digitale prima ed energetica poi, o comunque di due processi che rappresentano facce di una stessa medaglia visto e considerato che l’analisi dei dati è la base su cui si fondano molte innovazioni nel settore energetico. La prima applicazione che viene in mente è quella legata allo sviluppo delle reti elettriche, destinate ad evolversi per incorporare un numero sempre maggiore di produttori-consumatori e per gestire la variabilità continua di produzione e consumo. Il governo di tali reti “intelligenti” sarà demandato ad algoritmi capaci di adattare le funzionalità della rete alle necessità del momento, di programmare l’offerta e predire le curve di carico.

In generale il contributo dell’IA appare fondamentale anche per l’energy management nelle imprese e negli enti, stante la crescente complessità dei sistemi e la necessità di ottimizzare e coordinare il funzionamento dei vari componenti (sistemi di generazione e accumulo di energia, gestione flessibile dei processi, acquisto ottimizzato dell’energia con forniture tradizionali, configurazioni semplici di produzione e consumo, contratti di lunga durata e comunità energetiche, condivisione di risorse con altre organizzazioni, etc.). Altri aspetti della transizione energetica in cui l’intelligenza artificiale reciterà un ruolo da co-protagonista riguardano il processamento dei dati provenienti dai contatori digitali, la manutenzione delle reti, la gestione ottimizzata degli impianti di riscaldamento e raffrescamento degli edifici, lo sviluppo di strumenti predittivi per la produzione fotovoltaica ed eolica sulla base di modelli meteorologici e molte altre.

Il cosiddetto “Industrial Internet of Things” (IIot) sarà il fattore determinante per lo sviluppo del sistema manifatturiero italiano. I dati dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano certificano che, nel 2023, l’ambito di applicazione dell’Iot con la maggiore crescita nel nostro Paese è stata proprio la “fabbrica intelligente” (smart factory), settore in cui si sono registrati investimenti per oltre 900 milioni di euro, in aumento del 16% rispetto al 2022. Lo studio condotto dall’Osservatorio attesta che già oggi il 37% delle grandi imprese italiane fa uso dell’intelligenza artificiale durante l’installazione e la gestione quotidiana di asset produttivi, contatori connessi e apparecchiature. Le tecnologie di intelligenza artificiale entrano anche nelle procedure manutentive, permettendo alle aziende di agire prima che i guasti si verifichino, grazie ai modelli predittivi e prescrittivi e alla connessione tra il macchinario e il produttore, con interventi di riparazione da remoto. Al di là dei segnali incoraggianti, nello stesso rapporto dell’Osservatorio del Polimi si legge che l’uso dei dati in tre imprese su quattro è comunque troppo grezzo, rendendo la piena trasformazione digitale della manifattura italiana di là da venire.

Da quando fu avviato il primo Piano Nazionale Industria 4.0 è stato fatto molto ma le barriere da superare sono ancora numerose. In questo senso, il nuovo piano di incentivi Transizione 5.0 varato a marzo è stato accolto con entusiasmo visto che, per la prima volta, è stato messo a disposizione del comparto produttivo un meccanismo incentivante che coniuga digitalizzazione, formazione ed efficienza energetica. Tale entusiasmo si è in parte sgonfiato nelle settimane successive all’approvazione del provvedimento a causa del ritardo nella pubblicazione dei decreti attuativi, dell’esclusione dalle agevolazioni delle imprese del sistema ETS e delle biomasse e di altre criticità relative alle tempistiche, agli adempimenti burocratici e alla tipologia di investimenti (aspetti analizzati nel dettaglio da FIRE nel corso di una pillola di efficienza energetica riservata ai propri soci). Al netto dei nodi da sciogliere, il piano resta una piattaforma fondamentale per sostenere gli investimenti in digitalizzazione con ricadute positive sull’efficienza energetica dei processi, sulla sostenibilità ambientale e sul perfezionamento formativo delle risorse umane. Ne parleremo, insieme ad altre tematiche calde, nella conferenza Enerpolicy in programma a Roma il 19 giugno.

Man mano che ci si avvicina alle scadenze che le politiche hanno fissato per il conseguimento degli obiettivi di taglio delle emissioni, di penetrazione delle rinnovabili, di risparmio energetico e così via, ci si rende conto che la transizione energetica è un processo innanzitutto economico, possibile solo se sostenuto da investimenti profittevoli. Nella settimana in cui nel nostro Paese si svolge il “G7 Ambiente, Energia e Clima”, guidato dalla presidenza italiana, il tema degli investimenti e della competitività delle economie del G7 dovrà riguadagnare il centro dell’attenzione, se non altro perché Confidustria (che guida il B7, il più autorevole tra gli Engagement Groups istituiti in seno al G7) ha stimato che per raggiungere il traguardo di zero emissioni nette entro il 2050 (ribadito nella Cop 28 di Dubai a fine 2023) è necessario un aumento fino a 4,3 miliardi di dollari degli investimenti annuali in energia pulita entro il 2030, rispetto al tasso attuale di 1,8 miliardi. Per realizzare tale aumento, dovrà rafforzarsi la collaborazione stretta tra pubblico e privato ma anche la convergenza tra le politiche industriali dei Paesi del G7. L’Italia continua ad avere una grande disponibilità di risparmi fermi su conti correnti che potrebbero essere indirizzati in parte a facilitare questi investimenti. È uno dei temi su cui dovrebbe lavorare la politica, anche per contrastare l’impoverimento del nostro Paese. Si veda al riguardo il recente articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera.

Nell’attuale congiuntura internazionale, il settore manifatturiero italiano potrà trarre benefici significativi dalla trasformazione digitale in seno alla transizione energetica soltanto se adeguatamente sostenuto dal quadro normativo, non solo per ciò che riguarda gli incentivi economici. Innanzitutto, vanno supportate e facilitate tutte le possibili forme di collaborazione tra soggetti della stessa filiera e/o dello stesso distretto produttivo, ancora oggi carenti, anche e soprattutto per ciò che riguarda la condivisione di dati. L’altro aspetto di fondamentale importanza riguarda lo sviluppo di competenze specifiche e di figure professionali specializzate nell’uso delle nuove tecnologie, adeguatamente formate anche sui temi dell’efficienza energetica e della sostenibilità. Da questo punto di vista FIRE si impegna ad erogare formazione di alto livello, con lo scopo di mettere a disposizione delle imprese quei professionisti di spessore che servono per agire in tutti i diversi ambiti della transizione energetica.

Fedele al proprio spirito innovativo, la Federazione nei giorni scorsi ha bandito anche la borsa di studio “Bette Mebane” Fellowship Grant per giovani laureati sul tema dell’intelligenza artificiale applicata nell’ambito delle soluzioni per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. L’obiettivo è sostenere una ricerca sullo stato dell’arte dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle attività̀ legate all’energy management e nelle soluzioni disponibili sul mercato e di indagare l’evoluzione attesa delle tecnologie per l’intelligenza artificiale e delle opportunità̀ di applicazione nel settore energetico, considerando le barriere all’impiego e i potenziali limiti tecnici ed etici nel loro utilizzo.

Delle tematiche legate all’innovazione digitale a servizio delle transizione energetica e delle competenze dei professionisti del settore (ma non solo), si discuterà il 14 e 15 maggio in occasione della nona edizione della conferenza SECEM

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