Energy manager: professionista fortemente richiesto negli ambienti produttivi e lato fornitori di servizi, ma assente nella PA

di Micaela Ancora

Sono state 2.419 le nomine degli energy manager arrivate in FIRE quest’anno e riferite all’anno 2021. Di queste 1.606 sono relative ad energy manager nominati da soggetti obbligati e 813 da soggetti non obbligati. Purtroppo, si è interrotto il trend di crescita dei nominati dai soggetti obbligati: si tratta di un meno 5% rispetto allo scorso anno, dopo che nel settennio 2014-2020 le nomine erano cresciute del 15%.

È quanto emerge dal Rapporto che la Federazione stila ogni anno con l’obiettivo di fornire un quadro statistico dettagliato delle nomine degli energy manager pervenute.

La decrescita registrata è più marcata per i soggetti obbligati, ossia coloro i quali hanno consumi superiori alle soglie di legge. I settori della manifattura e del terziario sono riusciti a contenere questa decrescita su livelli relativi.  Preoccupa il calo della pubblica amministrazione, comparto da sempre caratterizzato da un elevato tasso di inadempienza. Una parziale spiegazione la si può ricercare nella riduzione dei consumi dovuti alla crisi che può aver portato diversi soggetti sotto la soglia di nomina. Buona pratica sarebbe però stato nominare lo stesso, non solo in vista dell’aumento dei consumi post lockdown, ma soprattutto in ragione dei bassi prezzi dell’energia che avevano creato un momento favorevole per impostare politiche di efficientamento energetico.

Si nota come il settore industriale abbia una larga percentuale di nomine volontarie, mentre dall’altro lato nel trasporto la stragrande maggioranza dei soggetti nominanti sono soggetti all’obbligo.

Tra i settori virtuosi in termini di nomine abbiamo il cartario e quello dell’industria alimentare. Il settore manifatturiero in generale si è mantenuto stabile rispetto al passato.

Come già detto, per la PA persiste la diffusa inadempienza all’obbligo, cui si collega l’incapacità di cogliere le grandi opportunità derivanti dall’adozione di misure per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, senza dimenticare la possibilità di acquistare energia a condizioni più vantaggiose. La presenza di un energy manager competente e qualificato gioverebbe senz’altro al bilancio energetico ed economico di queste strutture pubbliche, specialmente nella congiuntura attuale.

Il Rapporto scende nel dettaglio, analizzando la figura dell’energy manager in relazione a quella dell’esperto in gestione dell’energia (EGE), certificazione in grado di dimostrare un’esperienza e competenze adeguate per la gestione efficiente dell’energia. Dai dati in possesso di FIRE si evince che gli energy manager interni all’azienda certificati sono il 21% del totale interni (stabile rispetto allo scorso anno), di contro gli energy manager consulenti esterni e certificati sono il 71%, in aumento di due punti rispetto al 2020.

In merito al livello di istruzione degli energy manager nominati, emerge come nel 2021 circa l’80% degli energy manager nominati possieda una laurea di tipo tecnico (ingegneria); nella quasi totalità dei restanti casi si tratta di figure diplomate in materie tecniche.

Inoltre, i soggetti che hanno nominato un energy manager, e che al contempo sono in possesso della certificazione ISO 50001 per il loro sistema di gestione dell’energia, risultano essere 321, circa l’8% in più rispetto allo scorso anno. Il trend di continuo aumento negli anni, spesso anche in doppia cifra da un anno all’altro, è uno dei segnali più confortanti in ottica di ampliamento del raggio di azione dell’energy manager. Su questo tema si segnala, tra l’altro, lo studio realizzato nel 2021 da FIRE in collaborazione con CEI e CTI in merito ai sistemi di gestione dell’energia in Italia.

Nel Rapporto annuale, oltre alle statistiche complete sugli energy manager, sono presenti i risultati derivanti dalle ultime indagini condotte da FIRE sul pacchetto Fit for 55 e sui meccanismi di incentivazione nei settori hard to abate.

Riguardo alla prima, evidenziamo gli aspetti legati all’evoluzione tecnologica. L’opinione generale è che la soluzione non risieda in un’unica tecnologia o gruppo di tecnologie ma nella combinazione di più soluzioni differenti e tra loro integrate. Secondo gli stakeholder, occorre investire anche e soprattutto sulle tecnologie che già si prevede possano essere di aiuto nell’immediato ma che ad oggi hanno costi troppo elevati. Gli investimenti in ricerca vanno mantenuti, anche in progetti pilota, fino alla realizzazione di prototipi su scala industriale, evitando di incentivare in modo sistematico le tecnologie non mature, e per le quali non è presente una supply chain europea,. In queste valutazioni è molto importante considerare la sostenibilità economica, sociale e ambientale delle tecnologie durante l’intera vita utile.

La seconda indagine è stata effettuata da FIRE presso gli energy manager nominati ai sensi della legge 10/91 nei settori cosiddetti “hard to abate” (settori industriali energivori come chimica, acciaio, carta, ceramica, vetro, cemento e fonderie). Oltre il 70% dei rispondenti ha utilizzato negli ultimi tre anni strumenti di sostegno gestiti dal GSE, mentre il 17% pensa di utilizzarli nel prossimo periodo. Occorre però semplificare l’accesso a questi meccanismi di incentivazione, in particolare in merito alla misura dei risparmi energetici.

Emerge, tra l’altro, la necessità di armonizzazione gli strumenti esistenti anche rispetto alla cumulabilità dei diversi meccanismi incentivanti.

Si ricorda che il Rapporto – disponibile sul sito http://em.fire-italia.org – è stato realizzato da FIRE nell’ambito della Convenzione a titolo non oneroso del 18 dicembre 2014 con il Ministero dello Sviluppo Economico “per la promozione e la formazione della figura del tecnico responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia” nominato ai sensi dell’articolo 19 della legge 9 gennaio 1991 n.10.

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