Clima, energia e competitività: riflessioni sul futuro dell’Europa

di Dario Di Santo

La messa in discussione complessiva del Green Deal europeo porta alcune riflessioni su clima, energia e competitività. Emerge che per l’Italia – ancor più che per l’Europa – investire in efficienza energetica e fonti rinnovabili, insieme a una revisione ponderata delle regole di mercato e di alcuni aspetti del Green Deal, è fondamentale per restare competitivi e rilanciare la crescita economica del Paese.

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L’Europa è la parte del mondo che più sta subendo le conseguenze del cambiamento climatico. Gli eventi estremi sono solo una delle manifestazioni visibili di una trasformazione profonda e pervasiva, che impatta settori cruciali come l’agricoltura, il turismo, la disponibilità di risorse idriche e, di conseguenza, gli usi energetici. I rapporti dell’IPCC indicano un peggioramento costante, più marcato rispetto alle previsioni iniziali.

Secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente, tra il 1980 e il 2023 l’Italia ha sostenuto costi economici collegati a eventi climatici estremi pari a 135 miliardi di euro, corrispondenti a circa 2.330 euro pro capite. Una cifra significativa, aggravata dal fatto che solo una minima quota degli beni risulta assicurata: meno del 10%, come accade in buona parte dei Paesi europei, fatta eccezione per Danimarca e Norvegia. Il risultato è una sovraesposizione dei conti pubblici ai danni climatici, con ripercussioni dirette su attività produttive e cittadini.

La velocità con cui tali fenomeni si stanno intensificando è inoltre un fattore particolarmente preoccupante. I danni economici annui sono passati da 14 a 22 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2023. Si tratta di una tendenza che richiede risposte urgenti, non più procrastinabili. Ignorare il problema o rinviare l’adozione di misure strutturali espone il sistema agricolo, produttivo e sociale a rischi sempre maggiori.

Qui non si tratta di fare i catastrofisti, che non serve a nessuno, ma di prendere atto che occorre adottare misure serie di prevenzione dei danni e rivedere le attività economiche primarie e secondarie per non trovarsi in difficoltà in futuro.

Figura 1. PIL corretto per inflazione e costo della vita. Fonte: Our World in Data su dati Eurostat, OECD e World Bank.

Dal punto di vista energetico, l’Unione Europea ha visto una sostanziale stabilità nei consumi tra il 1980 e il 2024 e una riduzione delle emissioni consistenti, con un fattore di moltiplicazione pari a 0,6. Il Vecchio Continente è stato in grado di conseguire un crescente disaccoppiamento tra crescita economica, fabbisogno energetico e impatto ambientale, frutto delle politiche attuate negli ultimi decenni. A livello mondiale, per confronto, i consumi sono aumentati di circa 2,3 volte, mentre le emissioni di CO₂ sono cresciute di un fattore 2,0, con un risultato comunque positivo in termini di emissioni per kWh.

Fermo restando che il Green Deal – caratterizzato da troppi obiettivi e vincoli sovrapposti e da un approccio al cambiamento delle filiere in alcuni casi poco ancorata alla realtà – presenta dei margini di miglioramento che andrebbero valutati e attuati, la domanda che possiamo porci è se l’eliminazione delle attuali politiche ambientali rilancerebbe l’industria europea.

I dati economici sulla crescita del PIL mostrano come l’UE abbia registrato una crescita in linea con quella degli Stati Uniti fino all’anno della pandemia, a parte una maggiore esposizione alle crisi e una evidente fatica nell’uscirne. Il rallentamento che si osserva a partire dal 2020 difficilmente può essere attribuito alle politiche ambientali, ma piuttosto a fattori esterni come l’invasione dell’Ucraina, l’aumento dei costi energetici e le tensioni geopolitiche (Figura 2). Dunque, non sappiamo se senza politiche verdi saremmo stati in grado di produrre più ricchezza, ma di certo gli Stati Uniti, molto meno attenti a questi aspetti, non hanno mostrato risultati migliori.

Figura 2. Andamento del costo dell’energia nel mercato del giorno prima in alcuni Paesi. Fonte: COM(2025) 72 final.

La Figura 3 mostra che ci sono Paesi Membri che comunque hanno avuto una crescita sostenuta a dispetto di (o in alcuni casi grazie a?) politiche ambientali spinte, mentre altri – con l’Italia ahimè al primo posto – mostrano una preoccupante stagnazione. Anzi, vale la pena di ricordare che negli anni della sua forte crescita l’Italia era anche in testa alle classifiche mondiali per l’efficienza energetica elevata e l’intensità energetica ridotta. Sarà un caso, ma negli ultimi venti anni, mentre si andava riducendo questa leadership rispetto a molti Paesi, si è persa per strada anche la competitività. Del resto lo stesso Francesco Giavazzi nell’editoriale sull’Corriere della Sera del 25 novembre segnala l’energia – e in particolare l’incapacità di tradurre in benefici per i consumatori gli investimenti fatti negli ultimi venti anni – come uno dei temi rilevanti della mancanza di crescita.

L’impressione che se ne ricava è che gli effetti negativi siano più il frutto guasto di una crescente incapacità dell’Unione di adottare un approccio condiviso alle sfide di questo scorcio di secolo, a cominciare dalla capacità di essere innovativi (che sicuramente è affetta da un eccesso di regolazione, ma ha radici più profonde in Paesi come l’Italia).

Figura 3. PIL corretto per inflazione e costo della vita. Fonte: Our World in Data su dati Eurostat, OECD e World Bank.

Il settore automobilistico europeo rappresenta un esempio emblematico della difficoltà a rispondere alle sfide globali. In venticinque anni, l’industria del continente ha faticato a innovare in modo significativo: basti pensare al ritardo nella diffusione dei veicoli full hybrid, già presenti sul mercato da oltre due decenni, o all’abbandono dello sviluppo dell’auto elettrica dopo esperienze precoci come la Panda elettrica negli anni ‘90. Né sono stati proposti modelli alternativi efficaci. Anche i combustibili alternativi, che oggi sono spesso citati come una possibile soluzione, sono rimasti al margine delle strategie industriali (non solo dell’automotive, perché potremmo aprire il capitolo cogenerazione).

Mi sembra che la vera sfida che l’Europa dei 27 deve fronteggiare sia la capacità di innovare e di adattarsi a un contesto in rapido mutamento. Non è un caso se il Nobel per l’economia sia stato assegnato quest’anno per le scoperte di studiosi che hanno indagato l’effetto dell’innovazione sulla crescita sostenuta nel tempo e quello della distruzione creativa.

In questo contesto, tenuto conto dell’aumento dei costi energetici e dei suoi effetti sul sistema produttivo e sulle famiglie, rafforzare la sicurezza energetica attraverso l’efficienza nell’uso dell’energia e le fonti rinnovabili mi sembra che diventi ancora di più un obiettivo prioritario, che il tema climatico interessi o meno. Si legge decarbonizzazione, ma se attuata con criterio significa competitività, benessere, salute e crescita. Se non sapremo cambiare finiremo per diventare vassalli, peraltro via via più poveri, degli altri attori primari della geopolitica mondiale.

Gli scenari della IEA

Il World Energy Outlook (WEO) 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia propone tre scenari evolutivi: “current policy” (CPS), “stated policy” (STEPS) e “zero carbon emissions” (ZCE). Quest’ultimo viene ormai trattato come uno scenario teorico, a causa della distanza tra obiettivi dichiarati e misure effettivamente implementate.

Figura 4. Andamento delle emissioni nei tre scenari proposti nel World Energy Outlook 2025. Fonte: IEA.

In sostanza, tenendo conto di quanto sta accadendo a livello mondiale, dal ritiro degli USA dall’Accordo sul clima di Parigi all’atteggiamento di alcuni Paesi europei rispetto al Green Deal, l’andamento più probabile delle emissioni rischia di situarsi a metà strada fra la curva CPS e STEPS. Lontanissimo dallo scenario ZCE.

Figura 5. Costi totali delle tecnologie a basse emissioni negli scenari CPS e STEPS. Fonte: IEA WEO 2025.

I dati mostrano che, in termini di investimenti in tecnologie a basse emissioni, le differenze tra CPS e STEPS non sono particolarmente ampie, ma la vera distinzione emerge quando si analizzano i costi operativi, finanziari e di gestione del sistema energetico. In questo senso, lo scenario CPS — che prevede minori investimenti nella transizione — risulta paradossalmente più costoso nel lungo periodo rispetto allo STEPS, che include un’accelerazione degli interventi per la decarbonizzazione. Per lo scenario ZCE vengono analizzati solo gli investimenti, che risultano superiori di circa il 50% allo scenario STEPS.

Dal punto di vista dell’approvvigionamento di materiali critici e risorse da estrarre, lo scenario ZCE risulta più efficiente rispetto agli altri, con una drastica riduzione del fabbisogno di combustibili fossili, accompagnata da un aumento della domanda di materiali critici molto limitato.

In altre parole, l’analisi della IEA non mostra benefici economici nel perseguire lo scenario CPS, bensì appaiono più produttivi quelli legati alla decarbonizzazione. Il dubbio semmai potrebbe permanere per scenari di decarbonizzazione molto spinti, basati su forti investimenti e crescite molto sostenute anche nel breve periodo. Ma su questo il report della IEA non consente di fare un confronto puntuale.

Conclusioni

A questo punto mi sembra che la questione non sia il mettere in discussione il Green Deal tout court, opzione che si rivelerebbe quasi sicuramente nefasta, quanto semmai ridiscuterne gli aspetti che hanno funzionato meno e gli obiettivi che si sono rivelati non sostenibili economicamente o non realizzabili. Questo consentirebbe di aumentare i benefici e ridurre i costi. In generale, dare un segnale di discontinuità forte creerebbe confusione e produrrebbe solo danni e sconcerto fra chi ha investito.

Per fare questo serve anzitutto una visione, che partendo dai punti di debolezza dell’Europa, fra cui l’alta dipendenza dall’estero, delinei una strategia efficace per promuovere un uso migliore dell’energia. E con tempi rapidi di azione, per quanto possibile, non con calma come si sente dire da alcune parti. Perché in questo caso l’inazione ha un costo elevato.

Come sottolineato da diversi studi, l’ideale è agire su più fronti, in modo da spalmare l’impegno su vari settori e soluzioni differenti. Ciò riduce il rischio di effetti negativi su disponibilità e prezzi di tecnologie, componenti e risorse umane causati da un eccesso di domanda focalizzato in un ambito specifico (e.g. quanto accaduto col superbonus, che ha sostanzialmente raddoppiato i costi di intervento).

Una visione solida e condivisa aiuterebbe a mettere in campo politiche e approcci di lungo periodo, gli unici che possono orientare gli investimenti e aiutare le filiere a svilupparsi, supportando l’innovazione e valorizzando le competenze esistenti.

La transizione energetica rappresenta una sfida complessa, ma anche un’opportunità per rilanciare la competitività industriale e la sicurezza economica del continente. L’Europa, proprio perché più esposta agli effetti del cambiamento climatico, ha tutto l’interesse a proseguire con decisione sulla strada dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e della riforma dei mercati energetici, affinché gli investimenti già compiuti possano tradursi in benefici reali per famiglie, imprese e istituzioni.

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