L’impatto energetico delle criptovalute

di Paolo Segreto – EGE SECEM

L’exploit speculativo delle criptovalute, di cui il Bitcoin è la più conosciuta, e delle Blockchain ha occupato ultimamente molto spazio nei media.

ll fenomeno, nato circa 10 anni fa, risponde ad un modo “alternativo” di gestire transazioni commerciali e finanziarie. Il tema è attuale ed è affrontato dall’autore con qualche spunto di riflessione sui consumi energetici legati alle tecnologie coinvolte.

 

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L’exploit speculativo delle criptovalute, di cui il Bitcoin è la più conosciuta, e delle Blockchain ha occupato ultimamente molto spazio nei media.

In questo articolo, fornirò qualche spunto di riflessione sui consumi energetici legati alle tecnologie coinvolte. Il fenomeno, nato circa 10 anni fa, risponde ad un modo “alternativo” di gestire transazioni commerciali e finanziarie. Il Bitcoin è una moneta di scambio “virtuale” mentre la Blockchain è paragonabile al registro condiviso e aperto che traccia in modo permanente le transazioni fra le parti coinvolte. Questa innovazione tecnologica sarà sempre più presente nella nostra vita quotidiana e servizi bancari e assicurativi, affitti e soluzioni di mobilità condivisa potrebbero appoggiarsi alla tecnologia delle Blockchain. In futuro, ad esempio, si potrà usare questa tecnologia per affittare una casa, verificando il pagamento in tempo reale da un lato e consentendo l’accesso all’appartamento solo per il periodo pagato.

Oltre al primato speculativo in borsa, le criptovalute nel 2017 hanno registrato un altro record: un consumo energetico giornaliero pari a 37 GWh (fonte Bloomberg New Energy Finance). Se verrà confermato il trend di crescita, per il 2018 è previsto un consumo energetico pari a quello dell’intera Argentina. In internet il “Bitcoin Energy Consumption Index” dichiara che il consumo mondiale sia cresciuto del 60% circa solo nel 1° trimestre del 2018. Come si spiega tale intensità energetica? Il motivo principale si cela sia nella produzione altamente energivora delle criptovalute (mining) sia nell’attività computazionale necessaria per risolvere gli algoritmi matematici complessi delle Blockchain. L’interesse sul tema delle Blockchain non è solo mediatico. Nel 2017 gli investimenti per lo sviluppo di tecnologie a esse collegate sono arrivati a superare la cifra record di 410 milioni di dollari e, secondo le stime di Market & Research US, nei prossimi 4 anni si potrebbe arrivare a ben oltre 7,8 miliardi di dollari! Aldilà di un nuovo paradigma che nei prossimi anni cambierà in modo significativo il commercio e l’industria, ho voluto affrontare il tema energetico intervistando Stefano Bafaro, un esperto del settore che da anni si occupa di R&D, sviluppo software e soluzioni legate alle Blockchain presso la Welol Next, una società di consulenza informatica italiana. Stefano ha dichiarato che già diverse aziende stanno sviluppando Blockchain evolute, flessibili e meno energivore rispetto a quella famosa legata al Bitcoin. La principale differenza tra le Blockchain di 1° generazione e l’ultima, consiste nelle modalità completamente differente di verifica e validazione di ogni nodo della “catena”.

Per spiegare questa evoluzione è necessario descrivere prima il processo di “verifica e validazione” che si svolge in ogni “nodo” della Blockchain. Quest’ultima, tradotta in italiano “catena di blocchi”, è una soluzione tecnologica che sostituisce il classico database “fisico” con uno “virtuale” di tipo per lo più pubblico costituito da una comunità di utenti. Ogni utente mette a disposizione la potenza di calcolo del proprio computer per eseguire “verifiche e validazioni” su transazioni sulla Blockchain da trasmettere a tutti i nodi partecipanti. L’approccio introdotto da bitcoin per validare o no una transazione e verificarla è definito Proof of Work, che consiste nella capacità di risolvere algoritmi molto complessi e criptati, alla risoluzione dei quali vengono generate dei coin (es: Bitcoin), e questa attività è conosciuta sotto il nome di Mining. La potenza computazionale necessaria ad un sempre maggiore numero di transazioni comporta maggior consumo elettrico, e allo stato attuale gli effetti energetici sono già pesantissimi. La nuova generazione di Blockchain invece utilizza un innovativo approccio, noto come “Proof of Stake” (PoS). Oltre a non essere più prevista l’estrazione (mining) di criptovalute, l’intero funzionamento della Blockchain in ciascun nodo e l’algoritmo usato risultano più flessibili e sostenibili dal punto di vista energetico. Cardano, Neo ed Ethereum sono tra gli esempi più conosciuti di Blockchain che utilizzano l’algoritmo di consenso PoS . Molti esperti puntano sul loro successo visto che promettono servizi efficienti e allo stesso tempo meno energivori. Neo, ad esempio, è stato sviluppato per molte applicazione quali l’uso dell’identità digitale e smart contracts. Cardano, nato solo 3 anni fa, è diventato popolare poiché la sua piattaforma permette di implementare smart contracts (come Neo) ma con un alto indice di flessibilità e personalizzazione per gli sviluppatori. Per questo ed altri motivi, Ada, la criptovaluta di Cardano, ha raggiunto in poco tempo valutazioni speculative elevate rispetto a piattaforme similari. Altra promettente piattaforma sulle quali stanno investendo grossi gruppi finanziari è Ethereum, lanciato nel 2015. In sintesi, come confermato da Stefano Bafaro, sia NEO che ETHEREUM sono Blockchain di “seconda generazione”. mentre CARDANO è una Blockchain di terza generazione, nata da zero e costruita “by design” per essere anche “Eco Friendly”.

Nei prossimi 3 anni, inizieremo a vedere le prime reali applicazioni; già si parla di web 3.0 e di nuovi servizi offerti per le imprese e la società. Tutto ciò avrà impatti sociali e ambientali e, probabilmente, le future diagnosi energetiche potrebbero dover tener conto dei consumi energetici correlati, anche se non immediatamente tangibili e quindi misurabili.

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