I certificati bianchi e quegli obiettivi troppo lontani

intervista a Dario Di Santo

Lo scorso 3 febbraio è stato pubblicato il nuovo rapporto annuale GSE sui certificati bianchi da cui emerge in particolare che nel 2019 sono stati riconosciuti oltre 2,9 milioni di Titoli di efficienza energetica, pari a circa 0,96 Mtep di risparmi energetici ottenuti.

Ma in che stato di salute è questo meccanismo incentivante? Ne ha parlato Dario Di Santo in un’intervista rilasciata a Qualenergia.it

Ingegner Di Santo, cosa emerge dal nuovo rapporto annuale Gse sui TEE?

Si conferma la difficoltà del meccanismo a stimolare una domanda in grado di rispondere agli obiettivi, sia per quel che riguarda quelli annuali che per la compensazione di quelli degli anni precedenti. Tant’è che c’è stato bisogno di ricorrere a circa un 30% di titoli virtuali. È la riprova che i target sono scollati dalla capacità del sistema di generare certificati bianchi.

Il problema non è nella carenza di offerta?

Dal punto di vista dell’offerta qualche segnale positivo c’è: sono comunque aumentati i nuovi progetti, segno che nonostante la complessità tecnica del meccanismo ci siano operatori che ci credono. Dai progetti presentati ci si attende per i prossimi anni circa 200.000 Tep di risparmio annuo. Con le regole attuali è però chiaro che il meccanismo non potrà mai tornare ai numeri che si prospettavano qualche anno fa, i quali, va però detto, sono stati effetto anche di vari tipi di “droghe”: dal coefficiente Tau alla possibilità di presentare richieste ben dopo la realizzazione degli interventi, tra l’altro con regole più semplici su diversi aspetti.

Perché gli obiettivi si stanno rivelando sovradimensionati?

Gli obiettivi fissati si sono rivelati completamente staccati dalla realtà dopo l’emersione delle grandi truffe. Quando si sono quantificati i target, nel paniere dell’offerta c’erano almeno un milione di titoli in più; a prescindere da come andranno i ricorsi al Tar, che potrebbero rimettere sul mercato una parte di quei certificati, la scomparsa improvvisa di tale volume di titoli ha creato una situazione di mercato corto dalla quale non si esce. Insieme a Confindustria stiamo lavorando a una serie di proposte che potrebbero stimolare il sistema e far superare alcune difficoltà, ma va tenuto presente che resterà comunque impossibile tornare ai numeri degli anni d’oro.

A che soluzioni state pensando?

Non posso dare anticipazioni fino a che non avremo presentato il documento, ma in sostanza parliamo di proposte che da un lato vogliono migliorare la situazione dell’offerta e dall’altro risolvere le criticità del mercato che hanno portato a una regolamentazione che di fatto non lo rende più un mercato, visto che i prezzi sono amministrati.

Fino a un anno fa, molti imputavano anche all’atteggiamento del Gse un effetto frenante sulla domanda. Cos’è cambiato nell’ultimo anno e che impatto può avere in tutto questo il commissariamento del Gestore?

Sicuramente la situazione sarebbe evoluta molto di più e molto meglio se il Gse non fosse andato incontro alle traversie dei vertici che abbiamo visto e che hanno portato al commissariamento. C’è bisogno di una visione nuova del meccanismo e che la si porti avanti. Nel 2019 il Gse ha fatto una serie di cose per venire incontro agli operatori, fra documenti, incontri, maggior dialogo; ma non siamo ancora al livello che il settore chiede e bisognerebbe continuare su questa strada.

Come noto, poi, purtroppo al Gse il problema non riguarda solo i vertici, ma anche una serie di ruoli chiave: la necessità di fare marcia indietro sulla nomina di alcuni dirigenti ha fatto sì che la struttura non sia più adeguata, con molti interim; se non si mette a posto il vertice rimane una situazione che non può dare il massimo dell’efficienza.

In tutto questo abbiamo finalmente un Piano nazionale integrato energia e clima in versione definitiva: cosa pensa degli obiettivi 2030 per l’efficienza energetica e degli strumenti delineati per raggiungerli?

Chiunque vada a prendere i dati storici dell’ultimo cinquantennio si rende conto che i target del Pniec sono molto più che ambiziosi, quasi irrealizzabili, salvo innovazioni dirompenti. L’obiettivo complessivo sui consumi è conseguibile solo in caso di una continuata recessione economica, che però ci farebbe mancare l’obiettivo di processo, cioè la riduzione dello 0,8% l’anno, che richiede investimenti. Se ci fosse una ripresa economica saremmo invece nella situazione opposta: raggiungeremmo probabilmente il target di processo, ma non quello complessivo di riduzione dei consumi.

Storicamente, infatti, l’effetto dell’efficienza energetica, stimabile in circa un terzo di quello che sarebbe stato l’incremento dei consumi senza interventi di efficienza, è sempre stato compensato dall’aumento della domanda dovuta a nuovi servizi energetici. Per questo, oltre a investimenti in ricerca e sviluppo che possano portare a innovazioni dirompenti, ci serve un cambio di mentalità che nel Pniec mi sembra sia sottovalutato: ad esempio l’efficienza nei trasporti non può limitarsi al sostituire le auto a combustione interna con mezzi elettrici, cosa utile ma non sufficiente. Bisogna invece cambiare il sistema di mobilità, puntando su trasporti pubblici, telelavoro, eccetera.

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