Bellezza….gli oneri di sistema non possono pagare gli energivori!

Editoriale di Giuseppe Tomassetti – direttore responsabile Gestione Energia

A completamento del focus sugli energivori che la rivista FIRE ha pubblicato nel numero di settembre, il vice presidente ha ritenuto opportuno scrivere alcuni commenti sul tema, evidenziando nel suo editoriale i tema degli oneri di sistema, aiuti di Stato, diagnosi.

In questo numero si parla più volte di energivori, mi è parso opportuno riassumere il tema nella sua complessità, soprattutto in seguito all’attivarsi di recenti provvedimenti.

I clienti della rete elettrica consumano in modi molto diversi tra loro, si va dalle imprese elettrochimiche, che assorbono con regolarità per più di 8.000 ore/anno la potenza contrattualizzata, alle residenze familiari che assorbono in modo irregolare con potenza media spesso inferiore al 10% di quella garantita dal contratto. Per i consumatori del primo tipo l’elettricità è una materia prima, per quelli domestici un servizio da utilizzare quando serve. Le attività di servizio per la distribuzione, le riserve, la regolazione e la garanzia del servizio, legate alla potenza richiesta, costituiscono gli oneri di esercizio; essi pesano molto in bolletta per i consumatori residenziali, perché meno regolari.

Quando il Parlamento, in recepimento di direttive UE, decise di attivare programmi di incentivazione per la promozione di elettricità da fonte rinnovabile, non decise uno stanziamento annuale, da riapprovare poi ogni anno, a carico della fiscalità generale, ma delegò il governo ad attivare un meccanismo a carico dei soli consumatori elettrici. A questa delega seguirono decreti legislativi del governo e dei ministeri, delibere dell’Autorità per l’Elettricità, linee guida e procedure della società di gestione, di proprietà pubblica, GSE.

L’apertura di ogni nuovo canale di finanziamento richiese l’istituzione di un nuovo onere, da suddividere fra i vari consumatori. L’Autorità individuò quattro classi di consumatori: la prima comprende le residenze fino a 3 kW, la seconda le residenze allacciate con più di 3 kW e i clienti non domestici in bassa tensione, la terza i clienti in media tensione, la quarta i clienti in alta tensione.

L’entità dell’insieme di questi oneri è andata evolvendo nel tempo, crescendo per la realizzazione di nuovi interventi e diminuendo al termine del periodo di incentivazione; ha raggiunto il suo picco nel 2016 attorno ai 16 miliardi di Euro ed è oggi in diminuzione con un valore medio di 6 c€/kWhe, confrontabile con il valore di borsa dell’elettricità intesa come materia prima.

La suddivisione degli oneri fra i consumatori, sulla base della tensione di allaccio, è stata fortemente criticata dalle imprese manifatturiere che si trovavano a competere nel mercato mondiale con imprese non gravate da questi oneri (accusati di essere una delle cause delle delocalizzazioni), uno degli elementi della lunga e complessa crisi di questi anni.

Dopo una verifica con la UE, sul tema degli aiuti di stato, è stato individuato un parametro “energivoro” basato sul rapporto fra consumo elettrico e fatturato, con soglie di ingresso più basse, col quale parametrizzare scaglioni di riduzione degli oneri, per circa 1,4 miliardi. Circa 3.100 imprese, di cui almeno 2.800 PMI secondo Confindustria, sono rientrate in questa operazione.

In altri contesti, la Germania ha sgravato le sue imprese dagli oneri per le rinnovabili, messe a carico delle famiglie, ma ha chiesto a esse di certificare le modalità di gestione dell’energia al loro interno, secondo la ISO 50001. In Italia si è chiesta una diagnosi ogni 4 anni, una scelta più blanda e meno efficace nel promuovere la realizzazione di interventi di efficientamento energetico nel tempo.

Come altre tematiche nel nostro Paese, quella degli oneri è stata poco gestita nel tempo, probabilmente perché inizialmente ne fu sottovalutato l’impatto sui costi energetici. In tutti i Paesi si è posto politicamente il tema della suddivisione degli oneri fra le varie categorie di utenza, inevitabilmente trasferendo ad alcuni (in genere le famiglie) il peso delle agevolazioni concesse ad altri. Al di là delle modalità di suddivisione, è l’assenza di impegni a ridurre i consumi da parte degli energivori a rendere il fardello più pesante per il sistema Paese: non solo le agevolazioni pesano sulle categorie escluse con i relativi effetti macroeconomici, ma i soggetti agevolati hanno meno interesse a migliorare l’efficienza energetica in quanto pagano meno l’energia, con ciò rendendo più difficile la riduzione nel tempo delle agevolazioni e un riequilibrio degli oneri fra le parti. È questo l’aspetto che meriterebbe maggiore attenzione dalla parte politica.

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