Direttiva Ue 2018-2001: un nuovo impulso alla lotta a favore del clima

di Giuseppe Tomassetti

A supporto dell’articolo scritto a quattro mani da Stefano D’Ambrosio e Livio De Chicchis,  sempre sulla rivista Ambiente&Sicurezza, arriva l’approfondimento ed i commenti del vice presidente FIRE che evidenziano, tra l’altro, come il programma definito dalla direttiva UE 2018-2001 sia complesso e strategico, scaglionato su più decenni, con obiettivi iniziali  che forzatamente hanno un carattere di indirizzo e di esplorazione delle potenzialità.

L’Unione europea ha preso e mantiene una posizione di guida nella lotta ai cambiamenti climatici: la direttiva 2009/29/Ce fissò gli obiettivi per il 2020 di riduzione di emissioni, quota di rinnovabili, efficienza riassunti nella sigla 20-20-20. Ora la direttiva Ue 2018-2001 ha fissato gli obiettivi per il 2030.

Seguendo gli impegni presi di ridurre del 40% le emissioni climalteranti rispetto al 1990, la direttiva prevede:

  • di raggiungere una quota di fonti rinnovabili, complessiva per tutta l’Unione del 32%;
  • di aumentare del 1,5% all’anno la quota di fonti rinnovabili negli impieghi per riscaldamento/raffrescamento in tutti i settori di utenza;
  • di raggiungere una quota del 14% di fonti rinnovabili nei trasporti;
  • di dare priorità all’efficienza energetica e all’autoconsumo. 

Direttiva Ue 2018-2001: un programma complesso

In un programma così complesso e strategico, scaglionato su più decenni, gli obiettivi iniziali hanno forzatamente un carattere di indirizzo e di esplorazione delle potenzialità. Negli obiettivi delle fasi successive si deve tener conto dei successi e degli insuccessi e le modalità di applicazione delle direttive prenderà una certa differenziazione fra i vari Paesi sulla base dei risultati ottenuti negli specifici contesti.

Questi obiettivi, certamente sfidanti, vedono oggi la Ue in una posizione squilibrata. Scoperta, da un fianco dalla defezione degli Usa – il cui presidente rifiuta ogni impegno che possa danneggiare la produzione delle loro imprese tradizionali – e attaccata, dall’altro, dall’espansione planetaria della Cina. Espansione tesa a cavalcare l’innovazione per saltare alcune fasi dello sviluppo economico del Paese, costruendo posizioni di leadership strategico. All’interno della Ue ci sono poi esplosioni di proteste, ad esempio i gilet gialli, contro decisioni strategiche dei vertici viste come elitarie e dirigistiche che rendono difficili strategie di attacco con largo supporto.

Direttiva Ue 2018-2001: la posizione italiana

La posizione italiana di fronte a questi obbiettivi è obiettivamente complessa. Rispetto agli obiettivi per il 2020 l’Italia è andata oltre gli obblighi sulla quota di rinnovabili nei consumi:

  • la produzione di elettricità rinnovabile da fonti idroelettrica, geotermica, fotovoltaica, bioenergia ed eolica ha superato il 36% della produzione nazionale;
  • indagini formalizzate nel settore residenziale hanno accertato un mix di impieghi tradizionali e innovativi di biomasse pari al 20% dei consumi del residenziale, cui aggiungere il calore aeraulico assorbito dalle pompe di calore specie nel terziari;
  • il meccanismo dei titoli di efficienza energetica ha avuto una forte risposta dal settore industriale come strumento per mantenere la competitività;
  • un decennio di crisi economiche e di delocalizzazioni produttive ha ridotto del 10% il consumo di fonti primarie.

Direttiva Ue 2018-2001: uno sguardo al futuro

Questa favorevole condizione di partenza non appare però globalmente replicabile nel futuro.

Nel settore elettrico, per almeno altri dieci anni, gli incentivi decisi nel passato peseranno sulle famiglie e non permetteranno di replicare il supporto a tecnologie potrebbero risultare interessanti. Inoltre dalle filiere promosse non si sono avute ricadute produttive e occupazionali tali da costituire punti di forza tecnico-politica su cui fondare nuove iniziative.

I Paesi del nord Europa hanno sviluppato la filiera eolica fino al trasferimento all’utilizzo dei bassi fondali, ove si prevede di avere produzione superiori alle 4000 ore equivalenti all’anno, riducendo i problemi della non programmabilità della fornitura. In Italia siamo rimasti agli impianti sulle creste, con sole 1800 ore equivalenti all’anno; i nostri bassi fondali, peraltro limitati e meno ventosi, non hanno visto applicazioni neanche sperimentali, per resistenze localmente insuperabi

La “Strategia energetica nazionale 2017” e il “Piano energia e clima” prevedono, grazie ai prezzi ormai vicini alla competitività, ampia applicazione del fotovoltaico, 40-60.000 MW di nuova potenza. Si tratta però di energia concentrata in 1200 ore equivalenti diurne estive. Per contribuire a coprire il fabbisogno del Paese questi impianti debbono essere accoppiati a sistemi di accumulo, (non solo giorno-notte, tipo batterie al litio i cui prezzi sono in discesa, ma anche con accumuli stagionali, del tipo produzione di idrogeno/conversione a metano/iniezione nei giacimenti di gas, tecnologie ancora da sperimentare). Le celle fotovoltaiche andrebbero localizzate preferibilmente sulle coperture degli edifici industriali e commerciali, anche per favorire l’autoconsumo. La domanda di condizionamento ambientale è in crescita per l’aumento delle temperature estive, fenomeno completamente trascurato dalla direttiva, però. I nuovi impianti, anche se con autoconsumo di elettricità solare, costituiscono un aumento dei consumi: un effetto rimbalzo.

Direttiva Ue 2018-2001: le difficoltà delle biomasse

L’impiego energetico della biomassa forestale produce una favorevole ricaduta socio-economica nelle aree montane sempre più spopolate con boschi abbandonati, garantendo occupazione locale e gestione del territori. La mancanza di accise crea un forte interesse per i consumatori, con milioni di punti di emissione da apparecchi spesso obsoleti. L’impiego residenziale delle biomasse è oggi formalmente ostacolato dalle amministrazioni per il contributo all’inquinamento urbano e da attacchi spesso strumentali dei venditori di combustibili fossili i cui consumi sono in calo. L’immagine negativa si riverbera, con effetto NIMBY, anche sulle reti di teleriscaldamento alimentate da biomasse pur essendo le loro caldaie attrezzate con filtri che garantiscono emissioni di particolato dello stesso ordine di grandezza di quelle del metano o del gasolio.  Migliori prospettive di immagine politica si offrono per reti di teleriscaldamento che prelevano calore dalle acque di falda (in articolare nelle città attraversate da fiumi) o dalle acque usate, mediante pompe di calore, magari integrate da combustione di biomasse; queste reti potrebbero operare anche per il condizionamento estivo col doppio beneficio di ricaricare la falda e di ridurre l’isola di calore nei centri abitati. La direttiva richiama l’utilizzo del calore scaricato dalle industrie, tema che in Italia vede solo ora le prime applicazioni, pur essendo le industrie e le residenze molto mescolate nel territorio; le barriere non sono tecniche ma derivano da diffidenze reciproche e da competizioni con le imprese degli enti locali.

Direttiva Ue 2018-2001: i trasporti

Infine per il settore trasporti, senza affrontare il tema con tante sfaccettature dell’auto elettrica, si ricorda che il Comitato italiano biogas propone otto miliardi di metri cubi di biometano da produrre dalla fermentazione della Forsu (frazione organica rifiuti urbani) e dai residui agricoli.

La direttiva dedica molta attenzione al tema della sostenibilità delle biomasse e all’uso dei suoli agricoli o Iluc (indirect land use change), controlli di difficilissima applicazione pratica e lacrima di coccodrillo per avere favorito, nel decennio passato, gli incendi delle foreste ai tropici per fare spazio alle colture da olio, al servizio del nostro biodiesel.

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