Certificati bianchi: lessons learnt

di Dario Di Santo

Vale la pena continuare a tenere in piedi lo schema dei certificati bianchi o si dovrebbe ragionare più su schemi che ottengano l’efficientamento energetico come beneficio indotto e non come principale scopo (come accade ad esempio con le detrazioni fiscali e super ed iper ammortamento)? In attesa della sessione di aprile del mercato dei certificati bianchi, vale la pena di fare qualche considerazione sul principale schema di incentivazione dell’efficienza energetica in vigore nel nostro Paese.

Alcuni di questi temi verranno affrontati nella tradizionale conferenza FIRE sui certificati bianchi, che si terrà a Roma il 18 aprile p.v.

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In attesa della sessione di aprile del mercato dei certificati bianchi, vale la pena di fare qualche considerazione sul principale schema di incentivazione dell’efficienza energetica in vigore nel nostro Paese.

Il tema dei prezzi di mercato crescenti dei TEE ha catalizzato l’attenzione mediatica nell’ultimo anno. I prezzi raggiunti hanno giustamente destato preoccupazione per le conseguenze sui costi scaricati sulle tariffe di elettricità e gas, e il Ministero dello sviluppo economico (MiSE) ha deciso di intervenire, prima con la riduzione delle sessioni e quindi con una proposta di decreto correttivo, di cui la Staffetta ha circolato la versione condivisa con la Conferenza Stato-Regioni, dopo aver acquisito il parere del Ministero dell’Ambiente (MATTM).

La necessità di agire prontamente si fonda su un elemento emerso negli ultimi mesi: il venire meno di 1,3 milioni di titoli annui in ragione dell’effetto combinato delle truffe sui progetti standardizzati (cui si riferiscono circa 600 mila titoli annui) e del conseguente giro di vite attuato dal GSE sui controlli. Il MiSE segnala anche la riduzione di risparmi contabilizzati da alcuni progetti di grandi dimensione. Questo ha portato un mercato corto, ma in grado di conseguire gli obblighi minimi per il 2017 e il 2018, a una situazione critica, in particolare per la necessità di recuperare un residuo sempre più consistente (siamo complessivamente a 5,7 milioni di TEE, in pratica un obbligo annuo aggiuntivo, di cui 3,9 milioni da compensare sull’obbligo 2018).

Da qui la svolta ad intervenire. Due le fondamenta della proposta correttiva elaborata dal MiSE: contenere il costo dello schema e dare fiato ai distributori obbligati (mediante la soglia di 250 euro sul contributo tariffario, la flessibilità aggiuntiva sugli obblighi annuali e le emissioni da parte del GSE di titoli non corrispondenti a risparmi energetici) e favorire la presentazione di progetti (attraverso l’eliminazione dell’addizionalità per gli interventi di sostituzione, l’emissione di un primo gruppo di nuove schede standard e l’aggiunta di interventi ammissibili).

Il decreto correttivo non tocca esplicitamente gli obblighi, ma agisce sulla flessibilità per i distributori. Non essendo questa sufficiente a far fronte alle problematiche sopra descritte, soprattutto in ottica obbligo 2018, introduce dei titoli “no saving”, emessi dal GSE su richiesta dei distributori, al solo fine di arrivare all’obbligo minimo annuo. Si tratta di titoli che nel 2018 costeranno 260 euro, mentre saranno disponibili fino a un massimo di 250 euro a maggio 2018 (sempreché esca per tempo il decreto, ovviamente). Il distributore potrà poi riscattarli fra aprile e maggio nei due anni successivi all’acquisto presentando titoli “veri” e ottenendo indietro le somme spese. Insomma, una flessibilità aggiuntiva agli obblighi minimi, mirata fondamentalmente a evitare aumenti dei prezzi oltre i 250 euro. Forse si sarebbe potuto affidare all’ARERA il compito di determinare il costo dei titoli “no saving” e la regolazione delle condizioni per il rilascio e il riscatto, per evitare possibili effetti indesiderati nel futuro.

Il risultato finale di queste misure dovrebbe essere quello di calmierare i prezzi. Gli obblighi apparentemente non vengono toccati, come si diceva, anche se alla fine dipenderà dalla capacità del decreto correttivo di ridare vigore all’offerta di titoli. Su questo punto la FIRE accoglie positivamente l’eliminazione dell’addizionalità per gli interventi di sostituzione, una misura richiesta anni or sono. Non che l’addizionalità – che comunque andrà valutata dal MiSE fuori dallo schema per la contabilizzazione dei risparmi prevista dall’art. 7 della direttiva 2012/27/UE – non sia un concetto corretto, ma la valutazione pratica dei risparmi conseguiti oltre lo scenario business as usual risulta molto complessa ed è stata fonte di un consistente contenzioso nell’ambito dello schema. Meglio dunque che sia valutata al di fuori del meccanismo, come accade per conto termico e detrazioni fiscali. Oltre all’eliminazione di questa fonte di incertezza, tenere conto dei risparmi energetici complessivamente generati dagli interventi aumenterà il numero di titoli emessi in relazione ai progetti PC e PS, anche se questo sarà parzialmente compensato da una riduzione della vita utile.

Non abbiamo dati per fare valutazioni su quello che sarà l’effetto di questa misura in termini di aumento di certificati emessi per progetto, ma ci attendiamo una ricaduta positiva, anche per la minore incertezza conseguente all’eliminazione dei possibili contenziosi. La vera domanda è quanto la non cumulabilità con super e iper ammortamento giocherà a sfavore della possibilità di ripresa dello schema. Il super ammortamento, in particolare, è un concorrente meno interessante economicamente, ma semplice e sicuro da ottenere.

Qualche lezione imparata in questi anni. Il primo aspetto è che schemi complessi richiedono una revisione continua e pronta, pena l’istaurarsi di condizioni non ottimali, se non critiche. Lo scopo non è avere schemi perfetti e privi di difetti, ma funzionali ed efficaci, via via modificati in un’ottica di miglioramento continua basata su un processo di valutazione solido. Nella prima fase fra un decreto e l’altro erano passati tre anni (2001, 2004, 2007). Fra il 2007 e il 2017 l’attesa è arrivata a quattro-cinque anni. Evidentemente più tempo passa, più i problemi diventano difficili da affrontare. Un problema di governance che andrebbe affrontato e risolto (non a caso era la prima priorità della prima SEN, per quello che conta).

La seconda considerazione è che lo schema ha avuto una crescita impetuosa nei primi anni, grazie prima alla disponibilità di lampadine e rompigetto e poi alla possibilità, ampiamente sfruttata, di proporre progetti industriali già realizzati (con buona pace della materialità dello schema, ossia della sua centralità nel determinare la scelta di investimento). Finita quest’era nel 2013, il meccanismo ha visto difficoltà crescenti nel generare titoli e, ancor più, risparmi energetici addizionali. Una ripresa c’è stata nel 2016 grazie a una ripresa cospicua dei progetti standard, che evidentemente non è stata legata a evoluzioni del mercato dell’efficienza energetica, ma di quello delle truffe.

Se a questo punto mettiamo nel mixer la decisione di tenere conto dei tempi di ritorno degli investimenti dal 2014 in poi, la scelta di produrre nel 2017 un decreto di chiusura su tutti i fronti (addizionalità, valutazione baseline, processo di controllo e verifica, interventi ammissibili, etc.) e la presenza di una domanda che non segue logiche di mercato e che trova remunerazione sulla base dei prezzi medi pesati di mercato, il risultato sono necessariamente prezzi di mercato in crescita. Ciò rappresenta un problema soprattutto perché nello schema italiano di essi beneficiano non solo gli interventi nuovi, ma anche quelli passati (cosa che ad esempio non accade nello schema francese, dove si ottengono tutti i titoli in un’unica soluzione, a scapito dello stimolo a gestire bene gli impianti nel tempo), con un conseguente forte aggravio dei costi. L’inelasticità dell’offerta fa inoltre sì che gli aumenti di prezzo richiedano anni prima di produrre effetti in grado di riequilibrare il mercato. Insomma, il mercato sarà bello, ma funziona solo in condizioni particolari.

La proposta del MiSE appare ragionevole per cercare di dare una risposta alle problematiche dello schema, che comunque deve dimostrare di avere un senso nell’attuale contesto di mercato e con i vincoli al contorno che si ritrova. Sarà sufficiente? Si può fare altro? Soprattutto, vale la pena continuare a tenere in piedi lo schema o, come ha suggerito di recente Luciano Barra del MiSE, si dovrebbe ragionare più su schemi che ottengano l’efficientamento energetico come beneficio indotto e non come principale scopo (come accade ad esempio con le detrazioni fiscali e super ed iper ammortamento)? Sono alcuni dei temi che affronteremo nella tradizionale conferenza FIRE sui certificati bianchi, che si terrà a Roma il 18 aprile.

L’articolo è stato pubblicato su Staffetta quotidiana.

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